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Accademia PsicoCrime — Criminologia Forense con Metodo Reale
Qui inizi a leggere quello che gli altri non vedono. Criminologia forense, casi reali, profili criminali e psicologia investigativa — con metodo reale, non da serie TV. Il blog ufficiale di Francesco P. Esposito, Criminologo Forense con 25+ anni di esperienza.
In Italia abbiamo già assistito a una vera e propria espulsione di massa mascherata da "emergenza di ordine pubblico". È accaduto a Rosarno, in Calabria, nel gennaio 2010. Un caso di studio perfetto su come criminalità organizzata, razzismo e manipolazione mediatica possano convergere per annientare i diritti fondamentali.
Dietro la narrazione superficiale della "rivolta degli immigrati", si nasconde un quadro molto più inquietante e complesso:
Lavoratori regolari, trattati da "clandestini": Dopo le violenze e le aggressioni a colpi di arma da fuoco contro i braccianti agricoli africani, lo Stato rispose caricando centinaia di persone su pullman diretti ai CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) di Bari e Crotone. Il paradosso? La stragrande maggioranza di questi braccianti (con stime che sfiorano l'80%) era in possesso di un regolare permesso di soggiorno. Furono sradicati non per il loro status giuridico, ma per "ripulire" il territorio.
Il vantaggio strategico della 'Ndrangheta: Chi ha tratto il vero beneficio da questo allontanamento di massa? I clan. La criminalità organizzata locale, che gestiva e lucrava sul sistema del caporalato, si trovò di fronte a una manodopera che improvvisamente alzava la testa per ribellarsi allo sfruttamento e chiedere diritti. Sfruttando le tensioni, l'allontanamento coatto dei lavoratori da parte delle istituzioni ha finito per assecondare esattamente le necessità della 'Ndrangheta: eliminare una sacca di resistenza ed evitare che i riflettori illuminassero troppo a lungo il sistema mafioso di controllo economico del territorio.
La macchina del fango e le fake news: Per giustificare questa operazione agli occhi dell'opinione pubblica, fu innescata una violenta campagna di disinformazione. Attraverso fake news e semplificazioni mediatiche, le vittime di un brutale sfruttamento lavorativo e di aggressioni a sfondo razziale vennero trasformate nel "pericolo pubblico". Si alimentò ad arte la guerra tra poveri, armando le mani per le ronde punitive e fornendo l'alibi perfetto per giustificare quella che, a tutti gli effetti, fu una deportazione.
Quando analizziamo i fenomeni di controllo sociale e devianza, Rosarno rimane una ferita aperta. Ci ricorda che quando i diritti di chi lavora vengono sacrificati sull'altare della propaganda e del tornaconto mafioso, lo Stato di Diritto ha già perso.
Tutti pensano X, invece è Y. Ad esempio, quando si tratta di furti, rapine, reati predatori, questo "tutti pensano X" si vede sempre.
Tutti pensano che i ladri e gli scippatori, i rapinatori, chi commette un reato predatorio, lo fa perché tanto sa che domani sarà rilasciato. Quindi le persone dicono: «Tizio ruba perché tanto lo sa che domani è fuori». Non è vero, non è così. Le persone commettono i reati perché i reati sono la loro cosa. Un mio cliente, rapinatore di ville, svaligiatore, ha sempre commesso i reati perché pensava di essere molto bravo. «Eh, sono molto bravo, sono molto bravo, sono molto bravo, non mi beccheranno mai». Non lo era, tant'è che l'hanno arrestato. Non ha mai detto: «Io rubo, tanto i giudici mi buttano fuori». Tra l'altro, nella nostra zona, Busto Arsizio, Legnano, Milano, c'era tempo fa una linea molto dura sui furti, specialmente con i giudici monocratici delle sedi distaccate, quindi non era proprio così. Ma lascio stare.
Le persone che rubano lo fanno perché è il loro mestiere. Punto. Perché pensano di essere brave, perché è il loro mestiere. Sì, ho detto mestiere. Tizio ruba, il giorno dopo porta al compro oro quello che ha rubato. Non tiene nulla della refurtiva, ma neanche un braccialetto per simpatia. Va e porta e va. E quindi è come se fosse un appalto, un concorso, come se fosse un ordine, come se fosse una commessa. Un ordine, una richiesta, una delivery.
Le persone fanno quello che sono, specialmente nei reati predatori. Non c'è quello che si sveglia la mattina e dice: «Oh Zigulì, oh, che so, Brugolì, oh Pisellì, oh Topolì, guarda che oggi hanno messo le truffe a 10 anni. Son tanti 10 anni, se ci beccano è un casino. Meglio andare da Adecco e chiedere, boh, di fare il magazziniere». Le persone non si svegliano e vanno nel codice e dicono: «Mamma mia, le pene sono alte, non facciamo i reati». Le persone si svegliano e dicono: «Questa è la mia cosa, sono bravo, c'ho le occasioni, mi trovo, c'ho il gruppo, so già dove portare le cose, è facile. Oh, adesso non spieghiamo come si ruba, però ho gli strumenti». E quindi lo fanno. Le persone fanno quello che sono, sempre.
Tra l'altro, io dico che è il loro mestiere perché voi dovete saperlo. Magari non è che tutti i giorni, fortunatamente, eh, non è roba da fighi, avete a che fare con i ladri. Allora, io vi dico: ci sono dei ladri che sono molto bravi perché si intrufolano, perché offrono il caffè alla fonte del bar che è lì a fianco a voi e vi chiede delle vacanze e voi non pensate minimamente che siano complici. Sono molto bravi perché magari riescono ad andare tra la protezione, i gruppi dei vicinati e sentire, osservare. Sono molto bravi perché quando esce l'allarme Sicurerrimo, Verisicurissimo — nomi di fantasia, per l'amor del cielo — loro hanno già, sanno già come intervenire, hanno già chi è dentro, hanno già le contromisure. Mi diceva un mio cliente che lui è molto felice quando sa che c'è un allarme, perché ha la tempistica, la contromisura e entra. Lui entra dove vuole. Magari in alcune situazioni non va perché ci vanno gli altri o perché magari in una sera fa due o tre colpi. Fa, faceva, adesso ha pagato il prezzo con la giustizia, ha una famiglia, ha pagato i conti, lavora e anzi, è anche un bravissimo allenatore di uno sport per bambini. Quindi, dicevamo, magari in quei tempi faceva due o tre colpi.
Ora, non ci dobbiamo avvicinare a queste situazioni dicendo «tanto i magistrati...» Lascia stare che si dice 'sta stronzata di sinistra... I magistrati ti lasciano fuori. Le persone rubano perché è il loro mestiere. Se poi volete sapere chi davvero fa i conti, allora vi dovete spostare dai ladri, truffatori, gli scippatori, tutti quelli che fanno reati un po' che si vedono, e chi fa i conti sono i reati, quelli dei colletti bianchi, no? Che c'ha la camicia, no, col polsino, la camicia come me, no? E quindi sei lì e dice: «Fino a questo punto posso sversare, fino a questo punto posso evadere, fino a questo punto posso truffare perché poi la risolvo così, perché poi pago questa multa, fino a questo punto non faccio la sicurezza sul lavoro e faccio comprare le scarpe al dipendente», no? Cioè: «Portati le scarpe», dice alla gente. Ma se io andassi in pizzeria e uno mi dice «Senti, portati il forno e la pala della pizza», ma siamo scemi, no? Però quando nel lavoro tutto diventa normale. Allora cosa succede? Che quelli fanno i conti.
Ricapitolando:
I ladri rubano perché pensano di essere molto bravi ed è la loro cosa. Non ho detto ancora mestiere.
I ladri non controllano il codice prima di fare alcuni reati. I ladri fanno quello che devono fare. Vabbè, magari ci sono quelli un po' più scaltri che non si portano le armi, la maggior parte, oppure che sanno le aggravanti, ma non controllano a quanto sta al chilo il furto.
I ladri fanno le cose perché c'è un sistema che li alimenta: da alcuni compro oro ai ristoranti. Ho seguito un caso dove Tizio ha rubato due camion pieni di olio e poi quest'olio è stato trovato in tutti i ristoranti della zona. Quale zona? Una zona dove quelle cose atterrano nel nord Italia. In quella zona han trovato un sacco di ristoranti che al mattino gridavano «Sicurezza!» e alla sera ritiravano l'olio, l'olio a poco perché era rubato. Allora è il loro lavoro.
I ladri, ricapitoliamo, studiano il colpo e, per assurdo, più ti prepari e più loro sanno come entrare. Poi è normale che tu ti prepari, è normale che tu ti proteggi, ma se vogliono entrare, entrano.
Allora qual è la soluzione? Lo vediamo in un prossimo video se tu qua nei commenti scrivi: «Voglio sapere tu che cazzo di soluzione pensi di avere visto che fai il figo nei video».
Rubare è una professione. Se ragioniamo così, possiamo sconfiggerla professionalmente. Metti like, fai follow, fai tutte quelle robe lì che servono sui social e che si dicono. Ciao.
Il Mito del Raptus Criminologico: Smantellamento Psichiatrico-Forense, Rilevanza Giuridica e Analisi della Responsabilità Penale
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Il Raptus Non Esiste: Analisi Criminologica e Forense dell'Imputabilità
Meta Description
Saggio criminologico e forense sull'inesistenza del raptus. Analisi del DSM-5, dell'Articolo 90 c.p., della Sentenza Raso e della responsabilità penale nei reati violenti.
Keyphrase Principale
il raptus non existe criminologia
Keywords Secondarie
psicologia forense raptus, imputabilità articolo 90 codice penale, sentenza raso disturbi personalità, capacità di intendere e di volere, violenza di genere alibi
Search Intent
Informativo e Accademico-Professionale
Introduzione e Decomposizione del Costrutto
Nel panorama della narrazione mediatica relativa ai fatti di cronaca nera e nel dibattito peritale penale, il termine "raptus" viene periodicamente evocato per tentare di spiegare atti di violenza estrema e apparentemente sproporzionati. Dal punto di vista etimologico, il vocabolo deriva dal latino raptus (passivo del verbo rapere, "rapire" o "afferrare con forza"), evocando l'immagine concettuale di una forza esogena e irresistibile capace di privare improvvisamente il soggetto della coscienza e del controllo volitivo. Tuttavia, la criminologia moderna, la psicologia forense e la psichiatria clinica concordano in modo univoco su un assioma scientifico fondamentale: la condizione descritta come "raptus" non esiste ed è priva di qualsiasi fondamento nosografico e patologico.
L'impiego del termine "raptus" costituisce un artefatto verbale e concettuale, utilizzato storicamente nel linguaggio comune per attribuire un senso di irrazionalità e imprevedibilità a condotte criminali efferate, o impiegato dalle difese perizie per vanificare o attenuare la colpevolezza dell'autore del reato. La rappresentazione del delitto come conseguenza di un "accecamento momentaneo" o di un "fulmine a ciel sereno" mortifica l'analisi dell'iter criminoso, occultando la reale genesi della condotta aggressiva. Nell'analisi criminologica rigorosa, l'agito violento non si manifesta quasi mai come una rottura istantanea ed esogena dell'equilibrio psichico, bensì come il culmine di una precisa escalation emotiva, relazionale o caratteriale, basata su tratti narcisistici, dinamiche di sopraffazione o risentimento stratificato nel tempo.
La Smentita Nosografica: L'Assenza del Raptus nel DSM-5-TR e nell'ICD-11
La prova clinica primaria dell'inesistenza del raptus risiede nell'esame dei principali manuali diagnostici internazionali adottati dalla comunità scientifica globale. Né il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5-TR) dell'American Psychiatric Association, né la Classificazione Internazionale delle Malattie (ICD-11) dell'Organizzazione Mondiale della Sanità menzionano o codificano il "raptus" come entità nosografica autonoma, sindrome o quadro clinico transitorio.
La ricerca psicopatologica riconosce e misura ampiamente la dimensione dell'impulsività, ma quest'ultima costituisce un tratto di personalità o una manifestazione sintomatica integrata in specifiche patologie e non un fenomeno isolato di annullamento cosciente. Nell'ambito della clinica forense, i comportamenti violenti ed impulsivi vengono ricondotti a categorie diagnostiche ben definite:
Disturbo Esplosivo Intermittente (IED): caratterizzato da ricorrenti esplosioni comportamentali che esprimono un'incapacità di controllare gli impulsi aggressivi, con un livello di aggressività nettamente sproporzionato rispetto alla provocazione psicosociale precipitante.
Disturbi di Personalità del Cluster B: in particolare il Disturbo Antisociale, il Disturbo Narcisistico e il Disturbo Borderline di Personalità, connotati da una cronica disregolazione emotiva, intolleranza alla frustrazione e deficit dei freni inibitori.
Quadri Psicotici Acuti e Strutture Deliranti: condizioni di profonda alterazione dell'esame di realtà (come le schizofrenie o le psicosi persecutorie) in cui l'agito aggressivo risponde a una logica interna alterata dalla patologia.
Stati di Intossicazione Acuta da Sostanze: alterazioni neurochimiche indotte dall'abuso di alcol o stupefacenti idonee a disinibire transitoriamente le risposte comportamentali.
In tutte queste condizioni, la condotta violenta risponde a precise dinamiche neurobiologiche o psicopatologiche e non ad una "generazione spontanea" dell'impulso. Gli studi epidemiologici promossi dalla Società Italiana di Psichiatria (SIP) hanno dimostrato che, su centinaia di casi di omicidio esaminati, la percentuale di autori affetti da gravi patologie mentali accertate risulta estremamente contenuta e che in nessun caso la condotta è risultata riconducibile al presunto costrutto del raptus. Occorre distinguere l'opera dello psichiatra clinico, il cui obiettivo è comprendere per curare, da quella dello psichiatra forense, chiamato a comprendere il funzionamento mentale dell'agente al solo scopo di valutarne la capacità decisionale e la rimproverabilità giuridica.
Fenomenologia Criminologica: Escalation, Selettività e Scelta Comportamentale
L'approccio criminologico allo studio del delitto delinea una netta demarcazione tra le condotte derivanti da un effettivo scompenso psicotico e gli agiti violenti determinati da fattori motivazionali coscienti. L'ipotesi che l'aggressore sia stato colto da un improvviso ed imprevedibile "raptus" viene smentita dall'osservazione empirica di tre fattori clinico-criminologici fondamentali.
Il primo fattore è rappresentato dal principio di selettività della vittima. Nelle rare ipotesi di reale insorgenza psicotica o di grave disorganizzazione della coscienza, l'aggressività tende a scaricarsi in modo caotico, a-specifico e privo di una strategia logica. Al contrario, nei crimini comunemente etichettati come "raptus" dalla cronaca (quali i femminicidi o i delitti in ambito familiare), l'azione aggressiva si dirige in maniera chirurgica e selettiva verso le persone più fragili del nucleo relazionale, ossia verso coloro che non sono in grado di opporre un'efficace difesa fisica. La scelta mirata del bersaglio dimostra che il soggetto conserva la capacità di valutare il contesto, operando una scelta comportamentale strumentale.
Il secondo fattore riguarda la presenza di un'escalation e di un livore stratificato. Gli accertamenti criminologici condotti sulle storie personali degli autori di reato evidenziano come l'esplosione di violenza non costituisca mai un evento isolato o slegato dal vissuto del soggetto. Nell'omicida coesiste un substrato di odio, narcisismo ferito e intolleranza verso l'autonomia decisionale altrui che si accumula e si sedimenta progressivamente. Il gesto estremo rappresenta l'atto finale di una catena comportamentale contrassegnata da precedenti prepotenze, minacce, stalking o prevaricazioni.
Il terzo fattore risiede nella distinzione tra patologia mentale e condotta malvagia o prevaricatrice. La tendenza socio-culturale ad associare ad ogni crimine efferato una diagnosi di disturbo mentale risponde all'esigenza difensiva della collettività di negare la presenza del male consapevole. Esistono soggetti privi di patologie mentali diagnosticabili che attuano la violenza con assoluta lucidità e deliberata cattiveria, perseguendo scopi di dominio o vendetta. L'esposizione a modelli familiari disfunzionali in età giovanile o l'apprendimento intergenerazionale dell'aggressività possono anestetizzare la sensibilità morale dell'individuo attraverso meccanismi di adattamento (coping), incrementando il rischio di condotte violente senza tuttavia privare il soggetto della capacità di autodeterminazione.
Inquadramento Giuridico Penale: Articoli 88, 89, 90 c.p. e la Sentenza Raso
Il sistema penale italiano fonda la responsabilità penale sull'istituto dell'imputabilità (Articolo 85 c.p.), definita come la capacità di intendere — intesa come l'idoneità del soggetto a comprendere il valore o il disvalore sociale delle proprie azioni — e la capacità di volere, ossia la capacità di autodeterminarsi liberamente in vista dello scopo.
L'impianto normativo tracciato dal Codice Rocco disciplina le cause di esclusione o diminuzione dell'imputabilità attraverso una precisa graduazione delle alterazioni psichiche:
Riferimento Normativo / Giurisprudenziale
Precetto Penale e Contenuto Dottrinale
Impatto sul Costrutto del "Raptus"
Articolo 88 c.p.(Vizio totale di mente)
Non è imputabile chi, al momento in cui ha commesso il fatto, era, per infermità, in tale stato di mente da escludere la capacità di intendere o di volere.
Esige una condizione patologica strutturata; non trova applicazione in presenza di impulsi estemporanei o raptus.
Articolo 89 c.p.(Vizio parziale di mente)
Risponde del reato commesso, ma la pena è diminuita, chi, al momento del fatto, era, per infermità, in stato di mente tale da scemare grandemente la capacità di intendere o di volere.
Richiede un'alterazione patologica di rilevante incisività sul funzionamento cognitivo/volitivo, non un semplice momento d'ira.
Articolo 90 c.p.(Stati emotivi o passionali)
"Gli stati emotivi o passionali non escludono né diminuiscono l'imputabilità".
Sbarra espressamente la strada al raptus: gelosia, ira o risentimento non attenuano la responsabilità penale del reo.
Cass. Pen., Sez. Un., n. 9163/2005(Sentenza Raso)
Ammette i Disturbi della Personalità nell'alveo dell'infermità mentale solo a rigide condizioni clinico-causali.
Esclude rilievo a risposte emotive a corto circuito o raptus che non siano riconducibili a un grave disturbo strutturato.
L'Articolo 90 c.p. riveste un ruolo centrale nell'impedire l'impiego del raptus come scusante giudiziaria. La norma stabilisce chiaramente che gli stati emotivi o passionali — quali la rabbia esplosiva, la gelosia morbosa o la frustrazione momentanea — attengono alla sfera affettiva e non incidono sulla struttura intellettiva del soggetto, lasciando intatta la punibilità dell'agente.
Un passaggio fondamentale nell'evoluzione dell'interpretazione giurisprudenziale dell'imputabilità è rappresentato dalla Sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione n. 9163 del 25 gennaio 2005 (Sentenza Raso). Con questo pronunciamento, il Supremo Consesso ha recepito il paradigma integrato o multilivello della malattia mentale, superando il modello esclusivamente medico-nosografico ed estendendo la nozione di "infermità" ai gravi disturbi della personalità. Tuttavia, le Sezioni Unite hanno definito parametri rigorosi onde evitare che la categoria dell'infermità degeneri in una generica giustificazione di ogni condotta deviata.
Ai fini del riconoscimento del vizio totale o parziale di mente ex artt. 88 e 89 c.p., la Sentenza Raso impone la sussistenza di tre requisiti cumulativi: la perturbazione deve consistere in un disturbo di personalità di gravità ed intensità tali da alterare concretamente la capacità decisionale del reo, escludendo meri tratti caratteriali, alterazioni del sentimento o disarmonie della personalità; deve emergere un nesso eziologico diretto e specifico tra il disturbo mentale accertato e la specifica condotta delittuosa messa in atto; e il disturbo deve aver ridotto o annullato la capacità di intendere o di volere al momento preciso del fatto.
Di conseguenza, la giurisprudenza di legittimità ha riaffermato che gli scompensi emotivi temporanei, le reazioni esplosive, i dis-controlli episodici o i presunti "raptus" privi di un nesso causale con un disturbo strutturato di rilevante incisività rientrano a pieno titolo nel divieto posto dall'Articolo 90 c.p. e non scusano l'autore dell'illecito.
Quadro Comparativo: Mito Mediatico vs. Realtà Clinico-Forense
Per evidenziare la divergenza tra la concezione divulgativa e la rigorosa valutazione medico-legale dell'agito violento, la tabella sottostante sintetizza i principali parametri differenziali:
Parametro di Analisi
Il Mito Mediatico del "Raptus"
La Realtà Clinico-Forense
Genesi del Comportamento
Rappresentato come un fenomeno estemporaneo, incoercibile e privo di antecedenti.
Culmine di un'escalation relazionale, di livore stratificato o di un disturbo preesistente.
Collocazione Nosografica
Trattato impropriamente come una patologia acuta o un blackout mentale provvisorio.
Assente dai manuali DSM-5-TR e ICD-11; ricondotto a tratti di impulsività o disturbi specifici.
Rilevanza Giuridica Penale
Invocato dalla difesa per ottenere sconti di pena o declaratorie di non imputabilità.
Neutralizzato dall'Art. 90 c.p.; esaminato ex Artt. 88/89 c.p. solo se sussiste grave disturbo ex Sentenza Raso.
Criterio di Selezione della Vittima
Percepito come un gesto cieco e casuale perpetrato contro chiunque si trovi a tiro.
Altamente selettivo: diretto prevalentemente verso soggetti fragili entro relazioni di dominio.
Frequenza Psichiatrica
Presentato dai media come la causa prevalente dei delitti d'impeto o di genere.
Fenomeno inesistente; la maggior parte dei malati mentali non commette reati violenti.
Impatto Socio-Culturale, Stigmatizzazione e Politica Criminale
L'insistenza con cui il termine "raptus" viene impiegato nei resoconti di cronaca nera e nelle strategie difensive non costituisce un'imprecisione puramente terminologica, ma genera gravi distorsioni sia sul piano sociale sia nell'ambito della giustizia penale.
Dal punto di vista socio-culturale, dipingere l'autore di un reato violento come una persona colpita da un un improvviso "accecamento della volontà" produce l'effetto implicito di concedere un alibi morale all'aggressore. Nelle vicende legate alla violenza di genere e ai femminicidi, attribuire la condotta a un momento di perdita dei freni inibitori trasforma l'atto di sopraffazione in un evento fatale ed ineluttabile, spostando l'attenzione della collettività dalla responsabilizzazione dell'agente alla ricerca di una presunta infermità transitoria.
Parallelamente, la sovrapposizione concettuale tra condotta violenta e disturbo mentale alimenta la stigmatizzazione delle persone affette da reali patologie psichiatriche. La letteratura medica evidenzia come la vasta maggioranza dei pazienti psichiatrici non commetta alcun tipo di reato violento, risultando semmai statisticamente più esposta a subire aggressioni o prevaricazioni. Promuovere l'equazione automatica tra delitto efferato e "follia" induce la popolazione a percepire il malato di mente come un individuo socialmente pericoloso, ostacolando i processi di integrazione, cura e riabilitazione sociale .
Conclusioni e Indicazioni Metodologiche per la Prassi Forense
L'analisi integrata dei dati nosografici, criminologici e giurisprudenziali conferma in modo definitivo la tesi iniziale: il raptus è un costrutto inesistente sotto il profilo psicopatologico e privo di idoneità a fondare, di per sé, un giudizio di non imputabilità o di diminuita responsabilità penale.
Al fine di garantire il rigore scientifico del processo penale e l'efficacia dell'azione di contrasto alla violenza, la prassi criminologica e peritale deve conformarsi a precise direttive metodologiche. La valutazione forense deve scindere la presenza di una vera patologia mentale dai tratti di violenza, narcisismo o crudeltà consapevole, evitando di trasformare l'assenza di patologia in un enigma imponderabile. Il perito ha il compito di analizzare la storia personale dell'imputato, cercando gli indicatori di una eventuale escalation o di preesistenti disturbi di personalità capaci di incidere strutturalmente sulla capacità di intendere e di volere.
Nell'applicazione dei principi sanciti dalla Sentenza Raso, i giudici, operando quali periti peritorum, devono esigere la dimostrazione rigorosa e comprovata del nesso eziologico tra il disturbo mentale diagnosticato e lo specifico fatto di reato, applicando inflessibilmente l'Articolo 90 c.p. di fronte a semplici reazioni d'ira o impeti passionali. Infine, il mondo dell'informazione è chiamato ad adottare un linguaggio tecnicamente corretto, espungendo il vocabolo "raptus" dal racconto della cronaca giudiziaria per restituisce alla società la reale dimensione di responsabilità degli atti violenti.