Italia, 2022. 319 persone uccise.
Di queste, 126 sono donne. 193 sono uomini.
Numericamente, muoiono più uomini.
Allora perché si parla di femminicidio e non di maschicidio?
La risposta non è politica. È criminologica.
E cambia tutto quello che pensi di sapere su questo tema.
Il termine maschicidio circola da anni sui social, nei forum, nelle discussioni online. Lo usano uomini che si sentono invisibili come vittime. Lo usano movimenti che contestano il femminismo. Lo usano persone che, guardando le statistiche sugli omicidi, vedono qualcosa che non torna.
E quella sensazione — che qualcosa non torni — è legittima.
Il problema è la conclusione che ne traggono.
Il maschicidio non esiste come categoria criminologica. Non perché qualcuno abbia deciso di ignorare le vittime maschili. Ma perché la criminologia forense lavora con definizioni precise, dati stratificati e analisi del contesto — non con semplici conteggi di cadaveri.
Questo articolo spiega perché. Con i numeri. Con il metodo. Senza ideologia.
In questo articolo:
- I dati reali sugli omicidi in Italia
- Perché il conteggio grezzo inganna
- Cos'è il femminicidio secondo la criminologia
- Perché il maschicidio non regge come categoria analitica
- Chi uccide gli uomini — e chi uccide le donne
- Il contesto: intimità, potere, controllo
- Le vittime maschili esistono — e meritano analisi seria
- Cosa manca davvero al dibattito pubblico
1. I dati reali sugli omicidi in Italia — cosa dicono davvero
Partiamo dai numeri. Dati ISTAT e del Ministero dell'Interno, anni recenti:
| Anno | Totale omicidi | Vittime donne | Vittime uomini | Donne uccise da partner/ex |
|---|---|---|---|---|
| 2019 | 315 | 111 | 204 | 94 (85%) |
| 2020 | 271 | 112 | 159 | 96 (86%) |
| 2021 | 304 | 118 | 186 | 99 (84%) |
| 2022 | 319 | 126 | 193 | 107 (85%) |
I numeri assoluti confermano: gli uomini muoiono di più per omicidio. In media, il 60-65% delle vittime totali sono di sesso maschile. Questo è reale. Non viene negato da nessun criminologo serio. Ma il conteggio grezzo è il punto di partenza dell'analisi — non la conclusione.
2. Perché il conteggio grezzo inganna
La criminologia forense non guarda solo quante persone muoiono. Guarda come, dove, per mano di chi e in quale contesto relazionale. Questa distinzione non è un capriccio metodologico. È la differenza tra capire un fenomeno e fraintenderlo.
Quando stratifichiamo i dati per relazione tra vittima e autore, il quadro cambia radicalmente:
- Delle donne uccise in Italia, oltre l'80% viene uccisa da un partner o ex partner.
- Degli uomini uccisi, la quota uccisa da un partner intimo è sotto il 5%.
- Gli uomini vengono uccisi prevalentemente da altri uomini, in contesti di criminalità organizzata, aggressioni tra estranei, risse, regolamenti di conti.
Non sono lo stesso fenomeno. Non hanno la stessa dinamica. Non si possono analizzare con la stessa categoria.
3. Cos'è il femminicidio secondo la criminologia — non secondo Twitter
Il termine femminicidio non è un'invenzione ideologica. È una categoria analitica introdotta dalla criminologa Diana Russell negli anni '70 e affinata da decenni di ricerca comparata.
Il femminicidio è l'uccisione di una donna da parte di un uomo in quanto donna — ovvero in un contesto in cui il genere della vittima è la variabile determinante nella scelta del bersaglio, nella motivazione del crimine e nelle dinamiche relazionali che lo precedono.
La parola chiave è “in quanto donna”. Non indica solo il sesso biologico della vittima, ma una struttura relazionale specifica: controllo, possesso, punizione per l'autonomia, reazione alla separazione. Questo è il motivo per cui esiste il femminicidio come categoria. Non per sminuire le vittime maschili — ma perché descrive un fenomeno reale con caratteristiche proprie.
4. Perché il "maschicidio" non regge come categoria analitica
Nel femminicidio, il genere della vittima è determinante nella dinamica del crimine. L'omicidio avviene perché la vittima è donna. Negli omicidi maschili, il genere dell'autore e della vittima è sovente lo stesso (uomo che uccide uomo). E quando analizziamo le motivazioni — regolamento di conti, rapina, rissa — il genere non è la variabile discriminante. È una caratteristica demografica della vittima, non la ragione del crimine.
In altre parole: gli uomini non vengono uccisi in quanto uomini. Vengono uccisi per altre ragioni in cui si trovano statisticamente più esposti per fattori comportamentali, occupazionali e sociali. Creare la categoria “maschicidio” sarebbe come creare la “gioventicidio” perché i giovani tra 18 e 25 anni hanno tassi di omicidio più alti della media. Il dato c'è. La categoria non aggiunge nulla all'analisi — anzi, la confonde.
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Chi uccide le donne in Italia?
- Partner o ex partner: oltre 80% dei casi
- Familiare (padre, fratello, figlio): circa 10%
- Estraneo: circa 8-10%
Chi uccide gli uomini in Italia?
- Altro uomo (conoscente, complice criminale, rivale): oltre 70%
- Estraneo in contesto di rapina/rissa: circa 15-20%
- Partner o ex partner femminile: sotto il 5%
- Familiare: circa 5-8%
Le donne muoiono prevalentemente in casa, per mano di qualcuno che le ama o le ha amate. Gli uomini muoiono prevalentemente fuori casa, per mano di altri uomini, in contesti di conflitto o criminalità. Sono due fenomeni distinti. Richiedono due tipi distinti di analisi e prevenzione.
6. Il contesto fa la differenza: intimità, potere, controllo
La criminologia forense ha identificato da decenni un pattern specifico negli omicidi di donne in contesto di coppia: il coercive control — controllo coercitivo — formalizzato dal sociologo Evan Stark come precursore quasi universale del femminicidio intimo. Il pattern è documentato in oltre il 70% dei femminicidi intimi analizzati in letteratura. È prevedibile. È prevenibile. Ed è specifico del genere.
Non esiste un pattern analogo speculare per gli omicidi di uomini in contesto di coppia — non perché i ricercatori abbiano deciso di non cercarlo, ma perché semplicemente i dati non lo mostrano con la stessa frequenza e struttura.
7. Le vittime maschili esistono — e meritano analisi seria
Le vittime maschili di omicidio esistono. In numero assoluto, sono la maggioranza. E il loro destino merita attenzione, ricerca, risorse. Gli uomini muoiono di più per:
- Criminalità organizzata — richiede strategie di contrasto al crimine organizzato
- Violenza tra estranei — richiede politiche di sicurezza urbana e de-escalation
- Conflitti tra gruppi — richiede politiche sociali nelle aree ad alta marginalità
- Suicidio — gli uomini muoiono per suicidio in numero tre volte superiore alle donne: un dato gravissimo e sottoanalizzato
Il problema del dibattito sul “maschicidio” è che oscura queste distinzioni. Invece di chiedere più risorse per il contrasto alla criminalità organizzata, più programmi di salute mentale maschile, più interventi nelle periferie — propone una categoria fittizia che entra in competizione ideologica con il femminicidio. Così facendo, non aiuta nessuna vittima reale.
8. Cosa manca davvero al dibattito pubblico
Il dibattito pubblico su questo tema è avvelenato da due errori simmetrici. Il primo errore è negare i dati sulle vittime maschili: le loro morti meritano analisi e politiche specifiche. Il secondo errore è rispondere con una categoria speculare — “maschicidio” — che non aggiunge nulla all'analisi e serve principalmente a neutralizzare politicamente il concetto di femminicidio.
Quello che manca davvero: perché gli uomini giovani delle periferie italiane muoiono a tassi altissimi? Perché il tasso di suicidio maschile è tre volte quello femminile e nessun governo lo tratta come emergenza? Queste sono domande legittime. Urgenti. Con risposte concrete. Il “maschicidio” non le risponde. Le usa come scudo.
La risposta criminologica — per chiudere
Il maschicidio non esiste come categoria criminologica per la stessa ragione per cui non esiste la “gioventicidio”: perché il genere della vittima non è — nei casi in questione — la variabile strutturante del crimine. Il femminicidio esiste perché il genere è la variabile strutturante: determina la scelta della vittima, la motivazione dell'autore, il contesto relazionale e la struttura di rischio.
Questa distinzione non è ideologia. È metodo. Chi vuole affrontare seriamente la violenza contro gli uomini deve fare esattamente quello che fa la criminologia forense: guardare i dati, stratificarli per contesto, identificare i pattern, proporre interventi basati sull'evidenza. Non basta contare i morti. Bisogna capire come, perché e per mano di chi. Solo così si salva qualcuno. Ed è esattamente questo che facciamo qui.
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