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giovedì 30 aprile 2026

Maschicidio: perché non esiste come categoria criminologica (e cosa dicono davvero i dati)

Maschicidio: copertina articolo Accademia PsicoCrime

Italia, 2022. 319 persone uccise.
Di queste, 126 sono donne. 193 sono uomini.
Numericamente, muoiono più uomini.
Allora perché si parla di femminicidio e non di maschicidio?
La risposta non è politica. È criminologica.
E cambia tutto quello che pensi di sapere su questo tema.

Il termine maschicidio circola da anni sui social, nei forum, nelle discussioni online. Lo usano uomini che si sentono invisibili come vittime. Lo usano movimenti che contestano il femminismo. Lo usano persone che, guardando le statistiche sugli omicidi, vedono qualcosa che non torna.

E quella sensazione — che qualcosa non torni — è legittima.

Il problema è la conclusione che ne traggono.

Il maschicidio non esiste come categoria criminologica. Non perché qualcuno abbia deciso di ignorare le vittime maschili. Ma perché la criminologia forense lavora con definizioni precise, dati stratificati e analisi del contesto — non con semplici conteggi di cadaveri.

Questo articolo spiega perché. Con i numeri. Con il metodo. Senza ideologia.

In questo articolo:

  1. I dati reali sugli omicidi in Italia
  2. Perché il conteggio grezzo inganna
  3. Cos'è il femminicidio secondo la criminologia
  4. Perché il maschicidio non regge come categoria analitica
  5. Chi uccide gli uomini — e chi uccide le donne
  6. Il contesto: intimità, potere, controllo
  7. Le vittime maschili esistono — e meritano analisi seria
  8. Cosa manca davvero al dibattito pubblico

1. I dati reali sugli omicidi in Italia — cosa dicono davvero

Partiamo dai numeri. Dati ISTAT e del Ministero dell'Interno, anni recenti:

Anno Totale omicidi Vittime donne Vittime uomini Donne uccise da partner/ex
201931511120494 (85%)
202027111215996 (86%)
202130411818699 (84%)
2022319126193107 (85%)

I numeri assoluti confermano: gli uomini muoiono di più per omicidio. In media, il 60-65% delle vittime totali sono di sesso maschile. Questo è reale. Non viene negato da nessun criminologo serio. Ma il conteggio grezzo è il punto di partenza dell'analisi — non la conclusione.

2. Perché il conteggio grezzo inganna

La criminologia forense non guarda solo quante persone muoiono. Guarda come, dove, per mano di chi e in quale contesto relazionale. Questa distinzione non è un capriccio metodologico. È la differenza tra capire un fenomeno e fraintenderlo.

Quando stratifichiamo i dati per relazione tra vittima e autore, il quadro cambia radicalmente:

  • Delle donne uccise in Italia, oltre l'80% viene uccisa da un partner o ex partner.
  • Degli uomini uccisi, la quota uccisa da un partner intimo è sotto il 5%.
  • Gli uomini vengono uccisi prevalentemente da altri uomini, in contesti di criminalità organizzata, aggressioni tra estranei, risse, regolamenti di conti.

Non sono lo stesso fenomeno. Non hanno la stessa dinamica. Non si possono analizzare con la stessa categoria.

3. Cos'è il femminicidio secondo la criminologia — non secondo Twitter

Il termine femminicidio non è un'invenzione ideologica. È una categoria analitica introdotta dalla criminologa Diana Russell negli anni '70 e affinata da decenni di ricerca comparata.

Il femminicidio è l'uccisione di una donna da parte di un uomo in quanto donna — ovvero in un contesto in cui il genere della vittima è la variabile determinante nella scelta del bersaglio, nella motivazione del crimine e nelle dinamiche relazionali che lo precedono.

La parola chiave è “in quanto donna”. Non indica solo il sesso biologico della vittima, ma una struttura relazionale specifica: controllo, possesso, punizione per l'autonomia, reazione alla separazione. Questo è il motivo per cui esiste il femminicidio come categoria. Non per sminuire le vittime maschili — ma perché descrive un fenomeno reale con caratteristiche proprie.

4. Perché il "maschicidio" non regge come categoria analitica

Nel femminicidio, il genere della vittima è determinante nella dinamica del crimine. L'omicidio avviene perché la vittima è donna. Negli omicidi maschili, il genere dell'autore e della vittima è sovente lo stesso (uomo che uccide uomo). E quando analizziamo le motivazioni — regolamento di conti, rapina, rissa — il genere non è la variabile discriminante. È una caratteristica demografica della vittima, non la ragione del crimine.

In altre parole: gli uomini non vengono uccisi in quanto uomini. Vengono uccisi per altre ragioni in cui si trovano statisticamente più esposti per fattori comportamentali, occupazionali e sociali. Creare la categoria “maschicidio” sarebbe come creare la “gioventicidio” perché i giovani tra 18 e 25 anni hanno tassi di omicidio più alti della media. Il dato c'è. La categoria non aggiunge nulla all'analisi — anzi, la confonde.

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5. Chi uccide gli uomini — e chi uccide le donne

Chi uccide le donne in Italia?

  • Partner o ex partner: oltre 80% dei casi
  • Familiare (padre, fratello, figlio): circa 10%
  • Estraneo: circa 8-10%

Chi uccide gli uomini in Italia?

  • Altro uomo (conoscente, complice criminale, rivale): oltre 70%
  • Estraneo in contesto di rapina/rissa: circa 15-20%
  • Partner o ex partner femminile: sotto il 5%
  • Familiare: circa 5-8%

Le donne muoiono prevalentemente in casa, per mano di qualcuno che le ama o le ha amate. Gli uomini muoiono prevalentemente fuori casa, per mano di altri uomini, in contesti di conflitto o criminalità. Sono due fenomeni distinti. Richiedono due tipi distinti di analisi e prevenzione.

6. Il contesto fa la differenza: intimità, potere, controllo

La criminologia forense ha identificato da decenni un pattern specifico negli omicidi di donne in contesto di coppia: il coercive control — controllo coercitivo — formalizzato dal sociologo Evan Stark come precursore quasi universale del femminicidio intimo. Il pattern è documentato in oltre il 70% dei femminicidi intimi analizzati in letteratura. È prevedibile. È prevenibile. Ed è specifico del genere.

Non esiste un pattern analogo speculare per gli omicidi di uomini in contesto di coppia — non perché i ricercatori abbiano deciso di non cercarlo, ma perché semplicemente i dati non lo mostrano con la stessa frequenza e struttura.

7. Le vittime maschili esistono — e meritano analisi seria

Le vittime maschili di omicidio esistono. In numero assoluto, sono la maggioranza. E il loro destino merita attenzione, ricerca, risorse. Gli uomini muoiono di più per:

  • Criminalità organizzata — richiede strategie di contrasto al crimine organizzato
  • Violenza tra estranei — richiede politiche di sicurezza urbana e de-escalation
  • Conflitti tra gruppi — richiede politiche sociali nelle aree ad alta marginalità
  • Suicidio — gli uomini muoiono per suicidio in numero tre volte superiore alle donne: un dato gravissimo e sottoanalizzato

Il problema del dibattito sul “maschicidio” è che oscura queste distinzioni. Invece di chiedere più risorse per il contrasto alla criminalità organizzata, più programmi di salute mentale maschile, più interventi nelle periferie — propone una categoria fittizia che entra in competizione ideologica con il femminicidio. Così facendo, non aiuta nessuna vittima reale.

8. Cosa manca davvero al dibattito pubblico

Il dibattito pubblico su questo tema è avvelenato da due errori simmetrici. Il primo errore è negare i dati sulle vittime maschili: le loro morti meritano analisi e politiche specifiche. Il secondo errore è rispondere con una categoria speculare — “maschicidio” — che non aggiunge nulla all'analisi e serve principalmente a neutralizzare politicamente il concetto di femminicidio.

Quello che manca davvero: perché gli uomini giovani delle periferie italiane muoiono a tassi altissimi? Perché il tasso di suicidio maschile è tre volte quello femminile e nessun governo lo tratta come emergenza? Queste sono domande legittime. Urgenti. Con risposte concrete. Il “maschicidio” non le risponde. Le usa come scudo.

La risposta criminologica — per chiudere

Il maschicidio non esiste come categoria criminologica per la stessa ragione per cui non esiste la “gioventicidio”: perché il genere della vittima non è — nei casi in questione — la variabile strutturante del crimine. Il femminicidio esiste perché il genere è la variabile strutturante: determina la scelta della vittima, la motivazione dell'autore, il contesto relazionale e la struttura di rischio.

Questa distinzione non è ideologia. È metodo. Chi vuole affrontare seriamente la violenza contro gli uomini deve fare esattamente quello che fa la criminologia forense: guardare i dati, stratificarli per contesto, identificare i pattern, proporre interventi basati sull'evidenza. Non basta contare i morti. Bisogna capire come, perché e per mano di chi. Solo così si salva qualcuno. Ed è esattamente questo che facciamo qui.


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giovedì 23 febbraio 2023

La sindrome di Stoccolma esiste davvero?

SONO IL MALE E TIFERAI PER ME
(LA VERA STORIA DELLA SINDROME DI STOCCOLMA)

Ci sono frasi che mitragliamo come raffiche di Ak47, lampi blu notte dai fragorosi ratatà/ratatà/ratatà. Parole che bestemmiamo in serie velocissime senza conoscerne le origini (oscure e malevoli, il più delle volte). 

Ma andiamo con ordine. Una piazza sferragliata da traballanti tram e passeggeri in sandali e calze si apre sull'ingresso della Sveriges Kredit Bank. 

Siamo nell'agosto del 1973 a Stoccolma, fa caldo e questa storia durerà altre 140 ore; vi consiglio quindi di mettere un album degli Abba, bere qualcosa e stare comodi. 

INTERNO GIORNO:

vetrate/scrivanie/valigette/soldi/cassiere e cinquanta formichine che brulicano affaccendate tra le colonne eleganti della banca più famosa di Norvegia; tutte tranne una che rimane immobile in mezzo alla scena. Jan-Erik Olsson, di professione rapinatore alquanto eccentrico e imbranato estrae rapido un mitra che teneva sotto il giubbotto, sventagliando una raffica di colpi verso il soffitto.

"Tutti giù per terra, zitti e fermi" ordina. 

Sembra una rapina perfetta, una di quelle di pochi minuti dove a rimetterci è solo banca (e questo ci rende tutti felici). 

Senonché una pattuglia di passaggio che sente gli spari chiama i rinforzi, entra in banca e assedia il rapinatore (alquanto eccentrico e imbranato, l'abbiamo già detto?). Lars è alle strette, decide così di liberare tutti i presenti tranne 4 impiegati che tiene come ostaggio: la cassiera Elisabeth, la stenografa Kristin, Brigitte, impiegata, e Sven, 25 anni, che era stato assunto da pochi giorni. 

Benvenuti nella Sindrome di Stoccolma. Olsonn si barrica nel caveau ma prima che la porta venga chiusa formula le richieste per non uccidere gli ostaggi: un'auto veloce, tre milioni di Corone e che venga liberato il suo amico Clark Oluffsson, all’epoca in prigione. 

La polizia accetta anche se in realtà non ha nessuna intenzione di far scappare Olsenn. Olufsson venne liberato e inviato dentro il caveau con un telefono per permettere a Jan-Erik di trattare con le autorità. 

Clark Oluffsson all’epoca aveva 26 anni e diversi precedenti penali, tra cui una condanna per rapina a mano armata ma una volta all’interno del caveau, secondo quanto raccontarono gli ostaggi, non si comporta come il complice di una rapina. Clark ha tutta l’aria di chi non voleva trovarsi in quella situazione ed è sempre gentile e premuroso. 

Nel frattempo con i suoi modi bizzarri, anche Jan-Erik riesce ad accattivarsi le simpatie e l’aiuto dei suoi sequestrati, che minuti dopo minuto vedono nella polizia il vero pericolo. 

Già durante il sequestro accadono alcune cose che attirano l’attenzione sul rapporto che si sta sviluppando tra ostaggi e rapinatori. 

Durante il primo giorno, Elizabeth deve andare in bagno, non vuole farsela addosso lì davanti a tutti e chiede cortesemente a Jan-Erik Olsson di poter usare la toilette, unico inconveniente è che si trova in fondo al corridoio a due passi dai poliziotti. 

Sorprendentemente Jan accetta e Elizabeth, nonostante fosse a pochi metri dalla liberà, una volta finito invece di scappare ritorna dai suoi sequestratori (!) 

Iniziano le trattative e Olsson parla al telefono addirittura con il Primo Ministro svedese dell’epoca, Olof Palme. Durante la prima telefonata Olsson minaccia di uccidere gli ostaggi e per sottolineare che non sta scherzando afferra per il collo Kristin Enmark. Prima che Olsson riattaca il telefono, il Primo Ministro sente le grida spaventate della donna. 

Il giorno dopo ci fu un’altra telefonata. Kristin Enmark si scusa per come si era comportata il giorno precedente e per le sue grida, accusando la polizia di aver tentato di fare irruzione nel caveau chiedendo addirittura al Premier che i due rapinatori e gli ostaggi venissero liberati. 

Nel frattempo la polizia aveva scavato diversi fori nel soffitto del caveau, da uno dei quali aveva calato una macchina fotografica per scattare alcune foto dell’interno. Olsson spara così due volte dentro alcuni dei fori, ferendo un agente della polizia scientifica (alla mano e al volto). 

Temendo che la polizia volesse utilizzare i fori per pompare del gas dentro il caveau, Olsson lega dei cappi intorno al collo degli ostaggi, in modo che rimanessero strangolati se un gas di qualche tipo li avesse fatti addormentare. Ma è un bluff: i cappi sono lenti e gli ostaggi addirittura si aiutano tra loro nel legarsi le corde al collo. Il 28 agosto, cinque giorni dopo, la polizia comincia a pompare del gas all’interno del caveau, costringendo Olsson ad arrendersi. Oluffsson venne assolto. 

Le testimonianze degli ostaggi sottolinearono che non era stato complice di Olsson e che aveva cercato in ogni modo di aiutarli. Jan-Eirk Olsson invece viene condannato a dieci anni per rapina a mano armata e una volta scontata la pena inizia a vendere auto, sposa una ragazza thailandese dalla quale ha ben 9 figli e vive una vita serena. Dopo la rapina una serie di racconti degli ostaggi colpirono molto l’opinione pubblica e spinsero il criminologo svedese Nils Bejerot a coniare l’espressione “sindrome di Stoccolma” durante un’intervista televisiva. 

La sindrome di Stoccolma è in genere descritta come una situazione paradossale durante la quale gli ostaggi esprimono sentimenti positivi nei confronti dei loro rapitori, trovandosi a dipendere completamente da loro: trascurano il pericolo al quale sono sottoposti e scambiano la mancanza di abusi da parte dei loro rapitori per atti di gentilezza. 

In realtà la sindrome di Stoccolma NON è classificata in nessun manuale di psicologia ed è stata nominata soltanto in un ridotto numero di studi scientifici. Gli psicologi sono d’accordo sul fatto che rappresenta un “caso particolare” di un fenomeno più ampio: i legami traumatici. 

Ma di questi, forse, ce ne occuperemo un'altra volta.

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La sindrome di Stoccolma è stata costruita su un caso. Un solo caso. E quell’unico caso era molto più complicato di come viene raccontato. Se vuoi capire cosa dice davvero la letteratura forense sul legame vittima-aggressore, ho lasciato l’analisi su Black Box Crime.

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