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giovedì 30 aprile 2026

Maschicidio: perché non esiste come categoria criminologica (e cosa dicono davvero i dati)

Maschicidio: copertina articolo Accademia PsicoCrime

Italia, 2022. 319 persone uccise.
Di queste, 126 sono donne. 193 sono uomini.
Numericamente, muoiono più uomini.
Allora perché si parla di femminicidio e non di maschicidio?
La risposta non è politica. È criminologica.
E cambia tutto quello che pensi di sapere su questo tema.

Il termine maschicidio circola da anni sui social, nei forum, nelle discussioni online. Lo usano uomini che si sentono invisibili come vittime. Lo usano movimenti che contestano il femminismo. Lo usano persone che, guardando le statistiche sugli omicidi, vedono qualcosa che non torna.

E quella sensazione — che qualcosa non torni — è legittima.

Il problema è la conclusione che ne traggono.

Il maschicidio non esiste come categoria criminologica. Non perché qualcuno abbia deciso di ignorare le vittime maschili. Ma perché la criminologia forense lavora con definizioni precise, dati stratificati e analisi del contesto — non con semplici conteggi di cadaveri.

Questo articolo spiega perché. Con i numeri. Con il metodo. Senza ideologia.

In questo articolo:

  1. I dati reali sugli omicidi in Italia
  2. Perché il conteggio grezzo inganna
  3. Cos'è il femminicidio secondo la criminologia
  4. Perché il maschicidio non regge come categoria analitica
  5. Chi uccide gli uomini — e chi uccide le donne
  6. Il contesto: intimità, potere, controllo
  7. Le vittime maschili esistono — e meritano analisi seria
  8. Cosa manca davvero al dibattito pubblico

1. I dati reali sugli omicidi in Italia — cosa dicono davvero

Partiamo dai numeri. Dati ISTAT e del Ministero dell'Interno, anni recenti:

Anno Totale omicidi Vittime donne Vittime uomini Donne uccise da partner/ex
201931511120494 (85%)
202027111215996 (86%)
202130411818699 (84%)
2022319126193107 (85%)

I numeri assoluti confermano: gli uomini muoiono di più per omicidio. In media, il 60-65% delle vittime totali sono di sesso maschile. Questo è reale. Non viene negato da nessun criminologo serio. Ma il conteggio grezzo è il punto di partenza dell'analisi — non la conclusione.

2. Perché il conteggio grezzo inganna

La criminologia forense non guarda solo quante persone muoiono. Guarda come, dove, per mano di chi e in quale contesto relazionale. Questa distinzione non è un capriccio metodologico. È la differenza tra capire un fenomeno e fraintenderlo.

Quando stratifichiamo i dati per relazione tra vittima e autore, il quadro cambia radicalmente:

  • Delle donne uccise in Italia, oltre l'80% viene uccisa da un partner o ex partner.
  • Degli uomini uccisi, la quota uccisa da un partner intimo è sotto il 5%.
  • Gli uomini vengono uccisi prevalentemente da altri uomini, in contesti di criminalità organizzata, aggressioni tra estranei, risse, regolamenti di conti.

Non sono lo stesso fenomeno. Non hanno la stessa dinamica. Non si possono analizzare con la stessa categoria.

3. Cos'è il femminicidio secondo la criminologia — non secondo Twitter

Il termine femminicidio non è un'invenzione ideologica. È una categoria analitica introdotta dalla criminologa Diana Russell negli anni '70 e affinata da decenni di ricerca comparata.

Il femminicidio è l'uccisione di una donna da parte di un uomo in quanto donna — ovvero in un contesto in cui il genere della vittima è la variabile determinante nella scelta del bersaglio, nella motivazione del crimine e nelle dinamiche relazionali che lo precedono.

La parola chiave è “in quanto donna”. Non indica solo il sesso biologico della vittima, ma una struttura relazionale specifica: controllo, possesso, punizione per l'autonomia, reazione alla separazione. Questo è il motivo per cui esiste il femminicidio come categoria. Non per sminuire le vittime maschili — ma perché descrive un fenomeno reale con caratteristiche proprie.

4. Perché il "maschicidio" non regge come categoria analitica

Nel femminicidio, il genere della vittima è determinante nella dinamica del crimine. L'omicidio avviene perché la vittima è donna. Negli omicidi maschili, il genere dell'autore e della vittima è sovente lo stesso (uomo che uccide uomo). E quando analizziamo le motivazioni — regolamento di conti, rapina, rissa — il genere non è la variabile discriminante. È una caratteristica demografica della vittima, non la ragione del crimine.

In altre parole: gli uomini non vengono uccisi in quanto uomini. Vengono uccisi per altre ragioni in cui si trovano statisticamente più esposti per fattori comportamentali, occupazionali e sociali. Creare la categoria “maschicidio” sarebbe come creare la “gioventicidio” perché i giovani tra 18 e 25 anni hanno tassi di omicidio più alti della media. Il dato c'è. La categoria non aggiunge nulla all'analisi — anzi, la confonde.

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5. Chi uccide gli uomini — e chi uccide le donne

Chi uccide le donne in Italia?

  • Partner o ex partner: oltre 80% dei casi
  • Familiare (padre, fratello, figlio): circa 10%
  • Estraneo: circa 8-10%

Chi uccide gli uomini in Italia?

  • Altro uomo (conoscente, complice criminale, rivale): oltre 70%
  • Estraneo in contesto di rapina/rissa: circa 15-20%
  • Partner o ex partner femminile: sotto il 5%
  • Familiare: circa 5-8%

Le donne muoiono prevalentemente in casa, per mano di qualcuno che le ama o le ha amate. Gli uomini muoiono prevalentemente fuori casa, per mano di altri uomini, in contesti di conflitto o criminalità. Sono due fenomeni distinti. Richiedono due tipi distinti di analisi e prevenzione.

6. Il contesto fa la differenza: intimità, potere, controllo

La criminologia forense ha identificato da decenni un pattern specifico negli omicidi di donne in contesto di coppia: il coercive control — controllo coercitivo — formalizzato dal sociologo Evan Stark come precursore quasi universale del femminicidio intimo. Il pattern è documentato in oltre il 70% dei femminicidi intimi analizzati in letteratura. È prevedibile. È prevenibile. Ed è specifico del genere.

Non esiste un pattern analogo speculare per gli omicidi di uomini in contesto di coppia — non perché i ricercatori abbiano deciso di non cercarlo, ma perché semplicemente i dati non lo mostrano con la stessa frequenza e struttura.

7. Le vittime maschili esistono — e meritano analisi seria

Le vittime maschili di omicidio esistono. In numero assoluto, sono la maggioranza. E il loro destino merita attenzione, ricerca, risorse. Gli uomini muoiono di più per:

  • Criminalità organizzata — richiede strategie di contrasto al crimine organizzato
  • Violenza tra estranei — richiede politiche di sicurezza urbana e de-escalation
  • Conflitti tra gruppi — richiede politiche sociali nelle aree ad alta marginalità
  • Suicidio — gli uomini muoiono per suicidio in numero tre volte superiore alle donne: un dato gravissimo e sottoanalizzato

Il problema del dibattito sul “maschicidio” è che oscura queste distinzioni. Invece di chiedere più risorse per il contrasto alla criminalità organizzata, più programmi di salute mentale maschile, più interventi nelle periferie — propone una categoria fittizia che entra in competizione ideologica con il femminicidio. Così facendo, non aiuta nessuna vittima reale.

8. Cosa manca davvero al dibattito pubblico

Il dibattito pubblico su questo tema è avvelenato da due errori simmetrici. Il primo errore è negare i dati sulle vittime maschili: le loro morti meritano analisi e politiche specifiche. Il secondo errore è rispondere con una categoria speculare — “maschicidio” — che non aggiunge nulla all'analisi e serve principalmente a neutralizzare politicamente il concetto di femminicidio.

Quello che manca davvero: perché gli uomini giovani delle periferie italiane muoiono a tassi altissimi? Perché il tasso di suicidio maschile è tre volte quello femminile e nessun governo lo tratta come emergenza? Queste sono domande legittime. Urgenti. Con risposte concrete. Il “maschicidio” non le risponde. Le usa come scudo.

La risposta criminologica — per chiudere

Il maschicidio non esiste come categoria criminologica per la stessa ragione per cui non esiste la “gioventicidio”: perché il genere della vittima non è — nei casi in questione — la variabile strutturante del crimine. Il femminicidio esiste perché il genere è la variabile strutturante: determina la scelta della vittima, la motivazione dell'autore, il contesto relazionale e la struttura di rischio.

Questa distinzione non è ideologia. È metodo. Chi vuole affrontare seriamente la violenza contro gli uomini deve fare esattamente quello che fa la criminologia forense: guardare i dati, stratificarli per contesto, identificare i pattern, proporre interventi basati sull'evidenza. Non basta contare i morti. Bisogna capire come, perché e per mano di chi. Solo così si salva qualcuno. Ed è esattamente questo che facciamo qui.


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→ Femminicidio in Italia: analisi criminologica e dati
→ Gaslighting: non è manipolazione, è abuso
→ Crimini Violenti: analisi e profili criminologici

venerdì 6 dicembre 2024

Pornografia di bassa qualità e crimine violento: un'analisi approfondita

 

Il legame tra pornografia "fatta male" e crimine violento è complesso e tocca diversi ambiti, tra cui psicologia, sociologia, educazione sessuale e criminologia. Nonostante non si possa affermare una relazione di causa-effetto diretta, l'esposizione a contenuti problematici può contribuire a un contesto in cui certi comportamenti violenti trovano terreno fertile. Ecco un’analisi dettagliata.



Cos’è la pornografia “fatta male”?
  • Rappresentano violenza o coercizione: Anche quando simulata, la violenza nei contenuti pornografici può normalizzare comportamenti pericolosi.
  • Promuovono stereotipi dannosi: Rafforzano dinamiche di potere squilibrate, oggettivano le persone (soprattutto donne) e presentano relazioni sessuali irrealistiche.
  • Mancano di contesto educativo: Non educano gli spettatori al consenso o alle relazioni sane, contribuendo alla diffusione di idee sbagliate.
  • Ricorrono a rappresentazioni degradanti: Le scene che umiliano o abusano di uno dei partecipanti possono avere effetti negativi sugli spettatori, specialmente se non c'è un filtro critico.

Con il termine "pornografia fatta male" ci riferiamo a contenuti che:




Impatti sui comportamenti violenti

L’esposizione a contenuti pornografici problematici può influenzare le persone in vari modi:

Desensibilizzazione alla violenza

Guardare ripetutamente scene che includono elementi di coercizione o abuso può ridurre l’empatia verso le vittime di violenza e normalizzare tali comportamenti. Questo fenomeno è noto come desensibilizzazione.

Emulazione dei comportamenti

Alcune persone, specialmente giovani o individui vulnerabili, potrebbero imitare i comportamenti osservati nei contenuti pornografici. Questo rischio aumenta in assenza di un’adeguata educazione sessuale che aiuti a distinguere tra finzione e realtà.

Distorsione della realtà

La pornografia fatta male può portare a credere che:

  • La violenza sia una parte accettabile o desiderabile delle relazioni sessuali.
  • Le donne (o altre minoranze rappresentate) siano oggetti da sfruttare, anziché individui con diritti e desideri propri.



Cosa dicono gli studi scientifici?

La ricerca accademica fornisce informazioni utili, ma la relazione tra pornografia e crimine violento rimane controversa.

Correlazione, non causalità

Gli studi dimostrano che la pornografia di per sé non causa crimini violenti. Tuttavia, in individui predisposti a comportamenti devianti (ad esempio, a causa di disturbi psicologici, traumi o isolamento sociale), l’esposizione a contenuti violenti può amplificare certi impulsi.

Effetti cumulativi

Un consumo eccessivo di pornografia problematica può:

  • Alimentare fantasie violente o illegali.
  • Portare alla ricerca di contenuti sempre più estremi, con il rischio di dipendenze comportamentali.

Studi sulle dipendenze

Alcune ricerche hanno evidenziato che chi sviluppa dipendenze dalla pornografia spesso perde il controllo sui propri impulsi, aumentando il rischio di comportamenti antisociali o aggressivi.



Fattori culturali e sociali


Il ruolo dell’educazione sessuale

In società dove l’educazione sessuale è carente, la pornografia diventa la principale fonte di informazioni sul sesso. Questo fenomeno è particolarmente pericoloso quando i contenuti promuovono messaggi dannosi.

Influenza dei media e dei social network

La pornografia accessibile su piattaforme gratuite, spesso priva di regolamentazioni, può diffondere modelli violenti e irrealistici su larga scala, raggiungendo anche minori.

Parità di genere

Le società che promuovono l’uguaglianza di genere tendono a mitigare gli effetti negativi della pornografia, poiché i valori di rispetto reciproco fungono da antidoto alle rappresentazioni dannose.


5. Implicazioni criminologiche

La pornografia fatta male può contribuire indirettamente al crimine violento in tre modi principali:

  • Legittimazione culturale della violenza: Può rafforzare l’idea che il potere o la coercizione siano normali in certi contesti.
  • Modelli comportamentali: In individui vulnerabili, può fornire un modello negativo da emulare.
  • Influenza sulla recidiva: Nei criminali già inclini alla violenza, la visione di contenuti pornografici problematici può stimolare fantasie che portano a nuovi crimini.


6. Strategie per ridurre il rischio


Educazione sessuale inclusiva

  • Promuovere il consenso, la parità di genere e il rispetto reciproco.
  • Insegnare a distinguere tra finzione e realtà, fornendo strumenti per analizzare criticamente i contenuti pornografici.

Regolamentazione della pornografia

  • Richiedere standard etici nella produzione e distribuzione.
  • Vietare contenuti che rappresentano violenza non consensuale o degradazione estrema.

Supporto psicologico

  • Fornire aiuto a chi sviluppa dipendenze dalla pornografia o manifesta comportamenti a rischio.
  • Offrire programmi di riabilitazione per chi è coinvolto in crimini legati alla violenza sessuale.

Responsabilità delle piattaforme

Le piattaforme che ospitano contenuti pornografici devono adottare politiche di moderazione rigorose per evitare la diffusione di contenuti dannosi.


Conclusione

La pornografia di bassa qualità può avere effetti profondamente negativi, soprattutto su individui vulnerabili o in contesti sociali privi di educazione sessuale e di strumenti critici. Per prevenire il legame tra pornografia problematica e crimine violento, è fondamentale intervenire con un approccio multidisciplinare che includa educazione, regolamentazione e supporto psicologico.

Bibliografia essenziale

  • Neil Malamuth (1981). Rape Proclivity Among Males. Journal of Social Issues.
  • Edward Donnerstein & Daniel Linz (1987). The Effects of Sexual Violence in Mass Media.
  • Dolf Zillmann & Jennings Bryant (1988). Pornography: Research Advances and Policy Considerations.
  • Diana Russell (1998). Dangerous Relationships: Pornography, Misogyny, and Rape.
  • World Health Organization (2002). World Report on Violence and Health.
  • American Psychological Association (2007). Report of the APA Task Force on the Sexualization of Girls.
  • Ana Bridges et al. (2010). Aggression and Sexual Behavior in Best-Selling Pornography Videos. Violence Against Women.
  • Michael Seto (2013). Internet Sex Offenders. American Psychological Association.
  • Gail Dines (2010). Pornland: How Porn Has Hijacked Our Sexuality. Beacon Press.
  • Robert Jensen (2007). Getting Off: Pornography and the End of Masculinity. South End Press.
  • Todd Kendall (2007). Pornography, Rape, and the Internet. Journal of Law and Economics.
  • Milton Diamond (2009). Pornography, Public Acceptance and Sex Related Crime: A Review.
  • UNESCO (2018). International Technical Guidance on Sexuality Education.
  • European Commission (2020). Gender Equality Strategy 2020–2025.
  • Council of Europe (2011). Convention on Preventing and Combating Violence Against Women (Istanbul Convention).



Pornografia, devianza e crimine violento: l'analisi criminologica

Il dibattito sul legame tra pornografia di bassa qualità e crimine violento è uno dei temi più controversi della criminologia contemporanea. Francesco P. Esposito, criminologo forense, analizza le evidenze scientifiche disponibili: dai pattern comportamentali nei soggetti esposti a contenuti estremi, fino ai modelli di devianza sessuale documentati nei casi giudiziari.

La criminologia non giudica — analizza. E quello che emerge dai dati reali è più complesso — e più preoccupante — di quanto le serie TV vogliano mostrare.

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domenica 23 giugno 2024

L'amigdala, la corteccia prefrontale e i traumi: connessioni con crimine e devianza. Primissime analisi.

 


Introduzione

L'analisi dei meccanismi neurologici che sottendono il comportamento deviante è un campo di studio che intreccia neuroscienze, psicologia e criminologia. In particolare, l'amigdala e la corteccia prefrontale svolgono un ruolo cruciale nella regolazione delle emozioni e nel controllo degli impulsi. Traumi subiti durante l'infanzia possono alterare queste strutture cerebrali, influenzando potenzialmente il comportamento criminale.


L'Amigdala


L'amigdala è una struttura a forma di mandorla situata nel sistema limbico del cervello. È coinvolta nella regolazione delle emozioni, particolarmente nella risposta alla paura e alle minacce. Studi hanno mostrato che disfunzioni nell'amigdala sono correlate a comportamenti aggressivi e impulsivi.

- **Ruolo nell'emozione:** L'amigdala è fondamentale per la percezione e l'elaborazione delle emozioni, specialmente quelle legate alla paura e alla rabbia.

- **Disfunzioni e devianza:** Anomalie nell'attività dell'amigdala possono portare a difficoltà nel controllo delle emozioni, aumentando il rischio di comportamenti antisociali.

La Corteccia Prefrontale

La corteccia prefrontale (CPF) è la parte anteriore del lobo frontale del cervello. È associata a funzioni cognitive superiori come il ragionamento, il problem-solving e il controllo degli impulsi. Una CPF ben funzionante è essenziale per la regolazione del comportamento e la pianificazione a lungo termine.

- **Funzioni cognitive:** La CPF è coinvolta nel processo decisionale, nella regolazione delle emozioni e nell'inibizione degli impulsi.

- **Lesioni e comportamento criminale:** Danni alla CPF, sia a causa di traumi fisici sia psicologici, possono compromettere queste funzioni, portando a comportamenti impulsivi e antisociali.

Traumi e Sviluppo Cerebrale

L'esperienza di traumi durante l'infanzia può avere effetti duraturi sullo sviluppo del cervello. L'esposizione prolungata a stress e abusi può alterare la struttura e la funzione di amigdala e CPF, influenzando il comportamento futuro.

- **Impatto dei traumi:** Traumi infantili sono associati a un maggiore rischio di sviluppare disordini comportamentali e devianza criminale.

- **Meccanismi neurobiologici:** Il trauma può causare iperattività dell'amigdala e ipoattività della CPF, compromettendo la regolazione delle emozioni e il controllo degli impulsi.

Connessioni con il Comportamento Criminale

La comprensione delle interazioni tra amigdala, corteccia prefrontale e traumi è cruciale per comprendere le basi neurologiche del comportamento deviante. Queste connessioni suggeriscono che il crimine e la devianza possono essere influenzati da disfunzioni cerebrali, spesso originate da esperienze traumatiche.

- **Predisposizione neurobiologica:** Disfunzioni nelle aree cerebrali coinvolte nella regolazione delle emozioni e del comportamento possono predisporre gli individui a comportamenti devianti.

- **Interventi terapeutici:** Comprendere questi meccanismi può aiutare a sviluppare interventi terapeutici mirati per ridurre il rischio di comportamento criminale.

Meccanismi Neurobiologici del Comportamento Deviante

Le alterazioni nelle funzioni dell'amigdala e della corteccia prefrontale possono predisporre gli individui a comportamenti devianti. I meccanismi neurobiologici sottostanti possono essere complessi e influenzati da molteplici fattori, tra cui genetica, esperienze di vita e ambiente.

- **Genetica e neurotrasmettitori:** Varianti genetiche possono influenzare la funzione dei neurotrasmettitori, come serotonina e dopamina, che regolano l'umore e il comportamento. Ad esempio, livelli anomali di serotonina sono stati associati a comportamenti impulsivi e aggressivi.

- **Plasticità cerebrale:** Il cervello umano è altamente plastico, specialmente durante l'infanzia. Esperienze traumatiche possono alterare le connessioni neurali, influenzando la capacità di regolare le emozioni e i comportamenti.

Stress e Trauma: Impatti sul Sistema Limbico

Il sistema limbico, che include l'amigdala, è particolarmente vulnerabile agli effetti dello stress e del trauma. L'esposizione cronica a situazioni stressanti può portare a cambiamenti strutturali e funzionali in quest'area del cervello.

- **Stress cronico:** Il rilascio prolungato di cortisolo, l'ormone dello stress, può danneggiare i neuroni nell'amigdala e nella corteccia prefrontale, riducendo la capacità di queste aree di funzionare correttamente.

- **Trauma e PTSD:** I disturbi post-traumatici da stress (PTSD) sono associati a iperattività dell'amigdala e ipoattività della CPF. Questi cambiamenti possono contribuire a sintomi come irritabilità, aggressività e impulsività.

Modelli di Comportamento Deviante

Diversi modelli teorici cercano di spiegare come le disfunzioni neurologiche e i traumi possano portare a comportamenti devianti. Questi modelli combinano elementi biologici, psicologici e sociali.

- **Modello biopsicosociale:** Questo modello suggerisce che il comportamento deviante è il risultato di interazioni complesse tra fattori biologici, psicologici e sociali. Le disfunzioni nell'amigdala e nella CPF possono interagire con stress ambientali e fattori psicologici per aumentare il rischio di comportamento criminale.

- **Teoria della disorganizzazione sociale:** Questa teoria criminologica postula che la disorganizzazione e il degrado delle comunità possono contribuire al comportamento deviante.

In combinazione con vulnerabilità neurologiche, come disfunzioni dell'amigdala e CPF, gli individui possono essere più propensi a comportamenti antisociali.

Interventi Terapeutici e di Prevenzione

Comprendere i meccanismi neurobiologici e i fattori traumatici che contribuiscono al comportamento deviante può informare lo sviluppo di interventi terapeutici e di prevenzione più efficaci.

- **Interventi psicoterapeutici:** Terapie come la terapia cognitivo-comportamentale (CBT) possono aiutare a migliorare la regolazione emotiva e il controllo degli impulsi, riducendo il rischio di comportamenti devianti.

- **Trattamenti farmacologici:** Farmaci che modulano i livelli di neurotrasmettitori, come gli SSRI per la serotonina, possono essere utili nel trattamento di disfunzioni emotive e comportamentali associate a disfunzioni dell'amigdala e della CPF.

- **Programmi di prevenzione:** Interventi precoci, come programmi di supporto per bambini e famiglie in situazioni di rischio, possono aiutare a mitigare l'impatto dei traumi e prevenire lo sviluppo di comportamenti devianti.

Caso di Studio: Lesioni Cerebrali e Comportamento Criminale

Un caso di studio illuminante riguarda un individuo con lesioni alla corteccia prefrontale a causa di un trauma cranico. Questo individuo, precedentemente senza alcuna storia di comportamento deviante, ha sviluppato impulsività e comportamenti antisociali post-lesione. Analisi neuropsicologiche hanno mostrato una significativa riduzione delle capacità di regolazione emotiva e controllo degli impulsi, collegando chiaramente le disfunzioni neurologiche al comportamento deviante.
L'interazione tra amigdala, corteccia prefrontale e traumi rappresenta una chiave fondamentale per comprendere le basi neurologiche del comportamento deviante. Interventi precoci e trattamenti mirati possono ridurre significativamente il rischio di comportamento criminale, migliorando la qualità della vita degli individui e contribuendo alla sicurezza della società.
L'interazione complessa tra amigdala, corteccia prefrontale e traumi rappresenta una delle chiavi per comprendere il comportamento deviante. Interventi precoci per mitigare l'impatto dei traumi e trattamenti mirati per disfunzioni cerebrali potrebbero giocare un ruolo importante nella prevenzione del crimine.

Le implicazioni etiche legate allo studio dell'impatto dei traumi sull'amigdala e sulla corteccia prefrontale sono complesse e richiedono una considerazione attenta. Innanzitutto, la protezione della privacy dei partecipanti agli studi è cruciale, specialmente quando si tratta di dati sensibili come le immagini cerebrali e le informazioni genetiche. Inoltre, c'è la questione dell'uso di modelli animali nella ricerca sul trauma, che solleva preoccupazioni etiche riguardo al benessere degli animali. È essenziale che tali studi siano condotti con il massimo rispetto per gli standard etici e con l'obiettivo di minimizzare la sofferenza degli animali. Un'altra considerazione etica riguarda l'implementazione delle tecniche di neuromodulazione: è fondamentale garantire che questi trattamenti siano sicuri e accessibili a chi ne ha bisogno, evitando discriminazioni o disparità nell'accesso alle cure. Infine, la comunicazione dei risultati della ricerca deve essere gestita con sensibilità, evitando di stigmatizzare o creare allarmismo nei confronti delle persone che hanno subito traumi.

Conclusione

L'interazione tra amigdala, corteccia prefrontale e traumi rappresenta un campo di studio critico e complesso nella neuroscienza e nella psicologia.

Comprendere come i traumi influenzano queste strutture cerebrali è essenziale per sviluppare interventi efficaci e supportare le persone che hanno subito esperienze traumatiche.

Le ricerche future promettono di offrire nuove intuizioni e soluzioni innovative, migliorando la diagnosi, il trattamento e la prevenzione dei disturbi correlati al trauma.

Con un approccio etico e interdisciplinare, è possibile avanzare in questo campo e offrire speranza e guarigione a coloro che ne hanno bisogno.

Approfondimento Audio all'articolo qui: ↓

Ascolta "La Triade Oscura: esplora ciò che è tossico!" su Spreaker.


Neurobiologia del crimine: cervello, trauma e devianza

L'amigdala e la corteccia prefrontale sono i protagonisti silenziosi di molti comportamenti criminali. Francesco P. Esposito esplora come i traumi precoci alterino lo sviluppo neurologico predisponendo alla devianza: dalla disregolazione emotiva all'incapacità di valutare le conseguenze delle azioni.

→ Approfondisci neuroscienze e crimine su accademiapsicocrime.it


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→ Criminologia e Neuroscienze: prospettive e strumenti
→ La Triade Oscura: narcisismo, machiavellismo e psicopatia
→ Come si valuta il rischio: lo strumento HCR-20

sabato 11 marzo 2023

10 fatti wow sulla criminologia

10 Cose Wow sulla Criminologia ✔️
La criminologia è la scienza che studia i crimini e i criminali, per comprenderne le cause e prevenire futuri reati.
🧠
La psicologia criminale cerca di capire il comportamento criminale attraverso l'analisi della personalità e delle motivazioni dei criminali.
🔍
La criminologia forense si occupa di raccogliere e analizzare prove per aiutare la giustizia a risolvere i casi criminali.
💡
La criminologia critica sostiene che le cause della criminalità sono radicate nella struttura sociale e nella disuguaglianza economica.
🚫
La teoria del controllo sociale sostiene che le norme sociali e i valori impediscono a molte persone di commettere crimini.
👥
La teoria della devianza sostiene che le persone diventano criminali a causa di una deviazione dalle norme sociali accettate.
🏢
La criminologia ambientale si concentra su come l'ambiente fisico e sociale influisce sul comportamento criminale.
🤝
La criminologia sistemica si concentra sulle interazioni tra individui e le istituzioni sociali per comprendere la criminalità.
🌍
La criminologia comparata studia come la criminalità e le politiche criminali variano tra culture e paesi.
📈
La criminologia evolutiva si concentra su come la criminalità cambia nel tempo e su come le società reagiscono a essa.

lunedì 6 marzo 2023

Dieci fatti da raccontare sulla criminologia mentre sei in fila alla motorizzazione


1) La criminologia è una disciplina relativamente giovane, che si è sviluppata come scienza indipendente solo nel XVIII secolo. 🕵️‍♀️ 

2) La criminologia non si limita allo studio del crimine, ma si occupa anche di comprendere le cause e le conseguenze del comportamento criminale e di trovare modi per prevenire il crimine. 🔍 

3) Uno dei più famosi criminologi di tutti i tempi è Cesare Lombroso, che sosteneva che alcune caratteristiche fisiche, come il cranio piatto o le orecchie a sventola, indicassero una predisposizione alla criminalità. Tuttavia, le sue teorie sono state ampiamente smentite dalla scienza moderna. 🧐

4) La criminologia si basa su una varietà di metodi di ricerca, come l'analisi dei dati, le interviste, l'osservazione e le esperimenti. 📊

5) Uno dei principali obiettivi della criminologia è quello di fornire informazioni utili per formulare politiche pubbliche efficaci per prevenire il crimine. 🎯

6) I criminologi lavorano in una vasta gamma di settori, tra cui la polizia, il sistema giudiziario, i servizi sociali e la sicurezza pubblica. 👮‍♀️👩‍⚖️👩‍🔬 

7) La criminologia si occupa anche dello studio delle reazioni sociali al crimine, come la paura del crimine e la punizione dei criminali. 😨⚖️

8) La criminologia comparata è una sottodisciplina della criminologia che si occupa di studiare il crimine e la giustizia penale in diverse culture e paesi. 🌍 

9) La criminologia clinica è un'altra sottodisciplina che si occupa di studiare i criminali e di sviluppare trattamenti per aiutarli a superare le loro tendenze criminali. 🏥💊 

10) La criminologia forense è una sottodisciplina che utilizza le conoscenze e le tecniche della criminologia per risolvere crimini e fornire prove durante i processi giudiziari. 🔬🔍

giovedì 2 marzo 2023

Sherlock Holmes: il primo criminologo della storia?


Sherlock Holmes, personaggio nato dalla superba penna dello scrittore scozzese Sir Arthur Ignatius Conan Doyle, fu il primo detective nella storia della narrativa. Nel primo racconto “Uno studio in rosso” Sir. 

Conan Doyle mette in pratica le sue doti da criminalista. La criminalistica si avvale di tecniche scientifiche mirate alle indagini. Da premettere che Doyle era un medico e, forse, a questo si deve per le doti dimostrate dal suo personaggio nel risolvere così brillantemente ogni indagine. 

Sherlock Holmes oltre che essere molto deduttivo, possiede conoscenze di botanica, anatomia, geologia, chimica, scherma, pugilato, cronaca nera e diritto. Com’è descritto in “Uno studio in rosso” lo storico incontro tra Watson e Holmes avviene nel 1881, in un laboratorio di chimica di un ospedale: “uno stanzone sottotetto ove si allineavano una miriade di flaconi”. 

In quell’occasione, come racconta la giovane e brillante criminologa Beatrice Pecora nei suoi scritti, Holmes incontra per la prima volta il Dr. John Watson, che poi diverrà il proprio aiutante. 

Il detective mostra al suo assistente una sua nuova scoperta legata al riconoscimento del sangue compiendo così il suo primo gesto professionale da vero criminalista (!). - “Prendiamo del sangue fresco” disse, infilandosi un lungo spillone nel dito e aspirando qualche goccia di sangue con una pipetta. “Ora, aggiungo questo poco sangue a un litro d’acqua. 

Come vede, il liquido che ne risulta conserva l’aspetto di acqua pura. La percentuale del sangue non è certo maggiore di uno a un milione. Eppure, sono sicurissimo che otterremo la reazione caratteristica”. 

Mentre parlava, gettava nel recipiente alcuni cristalli bianchi, aggiungendo poi qualche goccia di un liquido trasparente. In un attimo il contenuto del recipiente assunse un color mogano opaco e un sedimento brunastro precipitò sul fondo.

Gli scienziati si sono chiesti se questo test fosse solo una finzione letteraria di Conan Doyle o fosse scientificamente fondato. Per rispondere a questa domanda dobbiamo fare un passo indietro. Prima del 1875 vi era un esame microscopico dei globuli rossi che distingueva tra mammiferi e non, dal test dell’ematina e dal test dell’ammoniaca. Inoltre, Holmes cita altresì il test del guaiaco o meglio chiamato del sangue occulto. 

Esso consiste in una soluzione idroalcolica di resina vegetale, alla quale viene aggiunta una piccola quantità del presunto sangue e dell’acqua ossigenata. Se il materiale è sangue, compare una colorazione blu. La maggior parte dei test per il sangue si basano sullo stesso principio: la perossidasi, una grande famiglia di enzimi del sangue che agiscono come catalizzatore grazie all’ossidazione di un composto chimico, come l’acido acetico o il propionico, che produce un colore caratteristico. 

I cristalli chiari potrebbero essere degli ossidanti come perossido o perborato di sodio. In nessun altro racconto Sherlock parla di esami chimici: più che altro si attiene a dare soluzioni sui casi giudiziari grazie al suo intuito e alla buona osservazione della scena del crimine. 

Mr. Holmes diverrà così un investigatore più che un criminalista esperto in chimica. Le figure specializzate conducono le indagini tenendo presente il Principio di Locard sull’interscambio: “ovunque si va si lascia una traccia e si porta con sé un’altra traccia”. 

Post Scriptum: nei romanzi che raccontano le gesta di Sherlock Holmes della frase “Elementare, Watson!”, in realtà non c’è traccia. Solo in una pagina della raccolta: “Le memorie di Sherlock Holmes” e, più precisamente nel racconto: “L’uomo deforme”, Holmes, rispondendo a una domanda di Watson, pronuncia il termine: “Elementare!”. Espressione che utilizza appena due volte nel racconto “Uno studio in rosso”.

martedì 28 febbraio 2023

Il Criminal Profiling nel Cybercrime

Sì, il profiling criminale può essere utilizzato per identificare gli autori di reati informatici: è tutto vero!

"Educare la mente di un criminale è un'impresa difficile; educare la mente di un investigatore a pensare come un criminale è un'impresa ancora più grande." - John Douglas, padre fondatore del criminal profiling.


Ma come funziona in pratica?💻🔎 

Gli investigatori 🕵️‍♂️possono utilizzare l'analisi forense dei dispositivi coinvolti nell'attacco per creare un profilo del criminale. 

Ad esempio, possono analizzare i messaggi di posta elettronica, i log degli accessi e altre tracce digitali per raccogliere informazioni sul modus operandi del criminale.

Ecco alcuni esempi di informazioni che possono essere utilizzate per creare un profilo criminale:

Motivazione:
gli investigatori possono cercare di capire quali sono i motivi che hanno spinto il criminale a commettere il reato. Ad esempio, può essere stato motivato da guadagni finanziari, da vendetta o da una motivazione ideologica.

Abilità tecniche: 

gli investigatori possono analizzare la complessità dell'attacco per determinare il livello di abilità tecnica del criminale. Ad esempio, se l'attacco è stato eseguito attraverso l'utilizzo di una botnet o di un malware sofisticato, è probabile che il criminale sia esperto di informatica.

Tendenze comportamentali: 

gli investigatori possono analizzare il comportamento del criminale prima, durante e dopo l'attacco. Ad esempio, se il criminale ha effettuato diversi attacchi su diversi obiettivi, può essere indicativo di un comportamento impulsivo o di una dipendenza dallo stesso tipo di reato.

Geolocalizzazione: 

attraverso l'analisi dei log degli accessi, gli investigatori possono determinare la posizione geografica da cui l'attacco è stato eseguito. Questa informazione può essere utilizzata per limitare la ricerca dei possibili sospettati.

In definitiva, il profiling criminale può essere utile per identificare gli autori di reati informatici, ma va utilizzato con cautela e competenza.

È importante che gli investigatori siano consapevoli dei limiti e dei rischi di tale tecnica e che la utilizzino solo in combinazione con altre fonti di informazione per ottenere una visione più completa del caso.

🧑‍🎓

CONTENUTO BONUS

🧑‍💼
 5 skills di un bravo profiler

Capacità di analisi: un bravo profiler deve essere in grado di analizzare le informazioni raccolte, riconoscere schemi e trend, e trarre conclusioni solide basate sui dati.

Empatia: per poter comprendere il comportamento di un individuo, il profiler deve essere in grado di mettersi nei panni di quella persona e comprendere le sue emozioni, pensieri e motivazioni.

Capacità di comunicazione: un bravo profiler deve saper comunicare in modo chiaro e persuasivo, sia oralmente che per iscritto, al fine di condividere le proprie conclusioni con gli altri membri del team.

Conoscenza delle tecniche investigative: il profiler deve avere una conoscenza approfondita delle tecniche investigative, come ad esempio l'interrogatorio, la ricerca di indizi e l'analisi forense.

Attitudine al lavoro di squadra: il lavoro di profiling è spesso parte di un team investigativo più ampio, per cui un bravo profiler deve avere la capacità di collaborare efficacemente con gli altri membri del team, come ad esempio gli agenti di polizia, gli avvocati e i criminologi.


💻🔥phishing 🐟 frodi online 💸  reati informatici 🚫 SENSIBILIZZIAMO SENZA SOSTA!

giovedì 23 febbraio 2023

La sindrome di Stoccolma esiste davvero?

SONO IL MALE E TIFERAI PER ME
(LA VERA STORIA DELLA SINDROME DI STOCCOLMA)

Ci sono frasi che mitragliamo come raffiche di Ak47, lampi blu notte dai fragorosi ratatà/ratatà/ratatà. Parole che bestemmiamo in serie velocissime senza conoscerne le origini (oscure e malevoli, il più delle volte). 

Ma andiamo con ordine. Una piazza sferragliata da traballanti tram e passeggeri in sandali e calze si apre sull'ingresso della Sveriges Kredit Bank. 

Siamo nell'agosto del 1973 a Stoccolma, fa caldo e questa storia durerà altre 140 ore; vi consiglio quindi di mettere un album degli Abba, bere qualcosa e stare comodi. 

INTERNO GIORNO:

vetrate/scrivanie/valigette/soldi/cassiere e cinquanta formichine che brulicano affaccendate tra le colonne eleganti della banca più famosa di Norvegia; tutte tranne una che rimane immobile in mezzo alla scena. Jan-Erik Olsson, di professione rapinatore alquanto eccentrico e imbranato estrae rapido un mitra che teneva sotto il giubbotto, sventagliando una raffica di colpi verso il soffitto.

"Tutti giù per terra, zitti e fermi" ordina. 

Sembra una rapina perfetta, una di quelle di pochi minuti dove a rimetterci è solo banca (e questo ci rende tutti felici). 

Senonché una pattuglia di passaggio che sente gli spari chiama i rinforzi, entra in banca e assedia il rapinatore (alquanto eccentrico e imbranato, l'abbiamo già detto?). Lars è alle strette, decide così di liberare tutti i presenti tranne 4 impiegati che tiene come ostaggio: la cassiera Elisabeth, la stenografa Kristin, Brigitte, impiegata, e Sven, 25 anni, che era stato assunto da pochi giorni. 

Benvenuti nella Sindrome di Stoccolma. Olsonn si barrica nel caveau ma prima che la porta venga chiusa formula le richieste per non uccidere gli ostaggi: un'auto veloce, tre milioni di Corone e che venga liberato il suo amico Clark Oluffsson, all’epoca in prigione. 

La polizia accetta anche se in realtà non ha nessuna intenzione di far scappare Olsenn. Olufsson venne liberato e inviato dentro il caveau con un telefono per permettere a Jan-Erik di trattare con le autorità. 

Clark Oluffsson all’epoca aveva 26 anni e diversi precedenti penali, tra cui una condanna per rapina a mano armata ma una volta all’interno del caveau, secondo quanto raccontarono gli ostaggi, non si comporta come il complice di una rapina. Clark ha tutta l’aria di chi non voleva trovarsi in quella situazione ed è sempre gentile e premuroso. 

Nel frattempo con i suoi modi bizzarri, anche Jan-Erik riesce ad accattivarsi le simpatie e l’aiuto dei suoi sequestrati, che minuti dopo minuto vedono nella polizia il vero pericolo. 

Già durante il sequestro accadono alcune cose che attirano l’attenzione sul rapporto che si sta sviluppando tra ostaggi e rapinatori. 

Durante il primo giorno, Elizabeth deve andare in bagno, non vuole farsela addosso lì davanti a tutti e chiede cortesemente a Jan-Erik Olsson di poter usare la toilette, unico inconveniente è che si trova in fondo al corridoio a due passi dai poliziotti. 

Sorprendentemente Jan accetta e Elizabeth, nonostante fosse a pochi metri dalla liberà, una volta finito invece di scappare ritorna dai suoi sequestratori (!) 

Iniziano le trattative e Olsson parla al telefono addirittura con il Primo Ministro svedese dell’epoca, Olof Palme. Durante la prima telefonata Olsson minaccia di uccidere gli ostaggi e per sottolineare che non sta scherzando afferra per il collo Kristin Enmark. Prima che Olsson riattaca il telefono, il Primo Ministro sente le grida spaventate della donna. 

Il giorno dopo ci fu un’altra telefonata. Kristin Enmark si scusa per come si era comportata il giorno precedente e per le sue grida, accusando la polizia di aver tentato di fare irruzione nel caveau chiedendo addirittura al Premier che i due rapinatori e gli ostaggi venissero liberati. 

Nel frattempo la polizia aveva scavato diversi fori nel soffitto del caveau, da uno dei quali aveva calato una macchina fotografica per scattare alcune foto dell’interno. Olsson spara così due volte dentro alcuni dei fori, ferendo un agente della polizia scientifica (alla mano e al volto). 

Temendo che la polizia volesse utilizzare i fori per pompare del gas dentro il caveau, Olsson lega dei cappi intorno al collo degli ostaggi, in modo che rimanessero strangolati se un gas di qualche tipo li avesse fatti addormentare. Ma è un bluff: i cappi sono lenti e gli ostaggi addirittura si aiutano tra loro nel legarsi le corde al collo. Il 28 agosto, cinque giorni dopo, la polizia comincia a pompare del gas all’interno del caveau, costringendo Olsson ad arrendersi. Oluffsson venne assolto. 

Le testimonianze degli ostaggi sottolinearono che non era stato complice di Olsson e che aveva cercato in ogni modo di aiutarli. Jan-Eirk Olsson invece viene condannato a dieci anni per rapina a mano armata e una volta scontata la pena inizia a vendere auto, sposa una ragazza thailandese dalla quale ha ben 9 figli e vive una vita serena. Dopo la rapina una serie di racconti degli ostaggi colpirono molto l’opinione pubblica e spinsero il criminologo svedese Nils Bejerot a coniare l’espressione “sindrome di Stoccolma” durante un’intervista televisiva. 

La sindrome di Stoccolma è in genere descritta come una situazione paradossale durante la quale gli ostaggi esprimono sentimenti positivi nei confronti dei loro rapitori, trovandosi a dipendere completamente da loro: trascurano il pericolo al quale sono sottoposti e scambiano la mancanza di abusi da parte dei loro rapitori per atti di gentilezza. 

In realtà la sindrome di Stoccolma NON è classificata in nessun manuale di psicologia ed è stata nominata soltanto in un ridotto numero di studi scientifici. Gli psicologi sono d’accordo sul fatto che rappresenta un “caso particolare” di un fenomeno più ampio: i legami traumatici. 

Ma di questi, forse, ce ne occuperemo un'altra volta.

Se vuoi leggere più contenuti come questi clicca il tasto qui sotto:

La sindrome di Stoccolma è stata costruita su un caso. Un solo caso. E quell’unico caso era molto più complicato di come viene raccontato. Se vuoi capire cosa dice davvero la letteratura forense sul legame vittima-aggressore, ho lasciato l’analisi su Black Box Crime.

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