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martedì 8 settembre 2026

Rosarno 2010: La REMIGRAZIONE interna che abbiamo scelto di dimenticare

Rosarno 2010: La deportazione interna che abbiamo scelto di dimenticare




https://youtu.be/mRY49ue5ZL0?si=bhRCfbeiRJkRFJXg

In Italia abbiamo già assistito a una vera e propria espulsione di massa mascherata da "emergenza di ordine pubblico". È accaduto a Rosarno, in Calabria, nel gennaio 2010. Un caso di studio perfetto su come criminalità organizzata, razzismo e manipolazione mediatica possano convergere per annientare i diritti fondamentali.

Dietro la narrazione superficiale della "rivolta degli immigrati", si nasconde un quadro molto più inquietante e complesso:

  • Lavoratori regolari, trattati da "clandestini": Dopo le violenze e le aggressioni a colpi di arma da fuoco contro i braccianti agricoli africani, lo Stato rispose caricando centinaia di persone su pullman diretti ai CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) di Bari e Crotone. Il paradosso? La stragrande maggioranza di questi braccianti (con stime che sfiorano l'80%) era in possesso di un regolare permesso di soggiorno. Furono sradicati non per il loro status giuridico, ma per "ripulire" il territorio.

  • Il vantaggio strategico della 'Ndrangheta: Chi ha tratto il vero beneficio da questo allontanamento di massa? I clan. La criminalità organizzata locale, che gestiva e lucrava sul sistema del caporalato, si trovò di fronte a una manodopera che improvvisamente alzava la testa per ribellarsi allo sfruttamento e chiedere diritti. Sfruttando le tensioni, l'allontanamento coatto dei lavoratori da parte delle istituzioni ha finito per assecondare esattamente le necessità della 'Ndrangheta: eliminare una sacca di resistenza ed evitare che i riflettori illuminassero troppo a lungo il sistema mafioso di controllo economico del territorio.

  • La macchina del fango e le fake news: Per giustificare questa operazione agli occhi dell'opinione pubblica, fu innescata una violenta campagna di disinformazione. Attraverso fake news e semplificazioni mediatiche, le vittime di un brutale sfruttamento lavorativo e di aggressioni a sfondo razziale vennero trasformate nel "pericolo pubblico". Si alimentò ad arte la guerra tra poveri, armando le mani per le ronde punitive e fornendo l'alibi perfetto per giustificare quella che, a tutti gli effetti, fu una deportazione.

Quando analizziamo i fenomeni di controllo sociale e devianza, Rosarno rimane una ferita aperta. Ci ricorda che quando i diritti di chi lavora vengono sacrificati sull'altare della propaganda e del tornaconto mafioso, lo Stato di Diritto ha già perso.