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domenica 3 maggio 2026

Educazione, Sessualità e Prevenzione: smontare il mito del “Ce l’ho duro”

Educazione sessuale e prevenzione — copertina articolo Accademia PsicoCrime sui rischi di disinformazione e violenza


Educazione, Sessualità e Prevenzione: Smontare il Mito del “Ce l’ho duro”

Educazione, Sessualità e Prevenzione: Smontare il Mito del “Ce l’ho duro”

L’educazione non inizia a 18 anni. Eppure continuiamo a comportarci come se tutto ciò che riguarda sessualità, emozioni, consenso e rispetto dovesse restare in sospeso fino alla maggiore età. Come se prima non esistesse nulla. Come se prima non succedesse nulla.

Nel frattempo, però, succede tutto.

Succede nei corridoi delle scuole, nelle chat, nei social, nelle battute tra amici. Succede nella costruzione dell’identità. E succede senza strumenti.

Il problema non è quando iniziare. È perché aspettiamo.

Delegare l’educazione sessuale a una soglia anagrafica è una delle illusioni più comode della nostra società. Ci permette di non affrontare il problema. Ci permette di non parlare. Ci permette di fingere che i ragazzi “ci arrivino da soli”.

Non ci arrivano da soli. Ci arrivano male.

E quando l’unico linguaggio disponibile è quello della pornografia, del branco, della performance, il risultato è una generazione che confonde il desiderio con il dominio, il consenso con il silenzio, la forza con la rigidità.

Il mito della virilità: “ce l’ho duro” come identità

Uno dei pilastri culturali più tossici è la riduzione della mascolinità a una prova costante di potenza. Non emotiva. Non relazionale. Non etica.

Fisica. Sessuale. Performativa.

“Ce l’ho duro” diventa più di una battuta. Diventa un modello.

Un modello che non prevede fragilità. Non prevede dubbio. Non prevede educazione.

Prevede solo una cosa: dimostrare.

Dimostrare di essere uomini attraverso il corpo, il controllo, la conquista. E se non riesci a dimostrarlo, sei fuori.

Educazione affettiva e prevenzione: la vera urgenza

Parlare di sessualità prima dei 18 anni non significa anticipare comportamenti. Significa anticipare la consapevolezza.

Significa insegnare:

  • il consenso
  • il rispetto dei limiti
  • la gestione del rifiuto
  • la differenza tra desiderio e possesso
  • il valore delle emozioni

La prevenzione non è solo sanitaria. È culturale.

È evitare che un ragazzo cresca pensando che il suo valore dipenda dalla sua capacità di dominare. È evitare che una ragazza cresca pensando che il suo ruolo sia adattarsi.

Il silenzio educativo produce rumore sociale

Quando non si educa, si crea spazio. E quello spazio viene riempito.

Dai social. Dalla pornografia. Dalle dinamiche di gruppo. Dai modelli più rumorosi e meno consapevoli.

Il risultato è visibile: relazioni fragili, violenza normalizzata, incapacità di leggere i segnali emotivi, difficoltà nel costruire legami sani.

Non è una questione morale. È una questione strutturale.

Ridurre il tema a “valori” o “buona educazione” è un errore. Qui si parla di costruzione sociale dell’identità.

Se non introduci strumenti educativi adeguati, il sistema produce automaticamente distorsioni. E quelle distorsioni, nel tempo, diventano problemi sociali.

Violenza di genere. Bullismo. Abuso. Disconnessione emotiva.

Non sono eventi isolati. Sono conseguenze.

Conclusione: educare prima, per evitare di intervenire dopo

L’idea che si debba aspettare è rassicurante. Ma è anche profondamente sbagliata.

Educare prima significa prevenire. Educare prima significa ridurre il danno. Educare prima significa costruire individui più consapevoli.

Perché “ce l’ho duro” non è un’identità. È spesso solo l’assenza di un linguaggio migliore.

Approfondimento giornalistico

Negli ultimi anni, il dibattito sull’educazione sessuale nelle scuole italiane è tornato ciclicamente al centro dell’attenzione, spesso polarizzandosi tra chi la considera un’urgenza educativa e chi la percepisce come una minaccia culturale.

Secondo diversi report europei, tra cui quelli dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’educazione affettiva e sessuale precoce è correlata a una riduzione dei comportamenti a rischio, a una maggiore consapevolezza del consenso e a una diminuzione della violenza nelle relazioni giovanili.

In Italia, tuttavia, manca ancora un programma strutturato e uniforme. Le iniziative sono spesso delegate alla volontà dei singoli istituti o a progetti temporanei, creando una forte disomogeneità territoriale.

Parallelamente, cresce l’influenza dei modelli digitali nella formazione dell’identità sessuale degli adolescenti. La pornografia online, accessibile senza filtri, diventa una delle principali fonti di “educazione informale”, con evidenti conseguenze sulla percezione del corpo, del desiderio e delle relazioni.

Gli esperti sottolineano come il problema non sia l’esposizione in sé, ma l’assenza di strumenti critici per interpretarla.

Il risultato è una generazione iper-esposta ma sotto-educata.

Bibliografia

  • Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) – Standard per l’educazione sessuale in Europa
  • UNESCO – International Technical Guidance on Sexuality Education
  • ISTAT – Giovani, relazioni e comportamenti sociali
  • Save the Children – Educazione affettiva e sessuale in Italia
  • European Parliament – Sexual and reproductive health and rights

mercoledì 4 dicembre 2024

SE VOGLIAMO PARLARE DI PERIFERIE
PARLIAMO DI PERIFERIE ESISTENZIALI


Le periferie non sono solo margini geografici, ma spazi psicologici dove l'identità si negozia quotidianamente tra la speranza e la rassegnazione. Sono i luoghi dove l'invisibilità sociale prende forma concreta: palazzoni sbiaditi che custodiscono millecento esistenze parallele, dove ogni appartamento è un universo privato di tensioni e silenzi.

Qui, la solitudine non è un'assenza, ma una presenza densa e stratificata. È nei volti degli anziani che osservano dal balcone, nei giovani che cercano riscatto fra trap e pezzi, nei figli di migranti che costruiscono identità ibride tra memoria e appartenenza. La periferia è un luogo di costante negoziazione: tra il ricordo di ciò che si è stati e l'urgenza di diventare altro.

Le strade raccontano una geografia emotiva complessa: i murales sbiaditi parlano di resistenza culturale, i giardini trascurati custodiscono piccole rivoluzioni quotidiane. Ogni marciapiede è un racconto di resilienza, ogni cancello arrugginito un confine tra l'abbandono istituzionale e la dignità individuale.

Ma in questa apparente staticità, vibra una energia sotterranea. La periferia non è un luogo di morte, ma di metamorfosi continua. È qui che le comunità si ricompongono, dove la solidarietà non è un concetto astratto ma una pratica quotidiana. I cortili diventano scene di negoziazione sociale, i parcheggi spazi di incontro e di scambio.

I giovani sono i veri architetti di questa rinascita silenziosa. Artisti, musicisti, attivisti che trasformano la marginalità in potenziale creativo. Non sono vittime, ma interpreti di una nuova geografia umana che sfida i confini imposti. La loro arte, la loro musica, i loro progetti sociali sono tentativi di ricucire le fratture, di dare senso a un'esperienza frammentata.

La periferia italiana contemporanea è dunque un organismo vivente, un ecosistema emotivo in costante ridefinizione. Non è un luogo di passiva accettazione, ma di trasformazione continua. Qui la speranza non è un concetto romantico, ma una pratica quotidiana di resistenza e immaginazione.

Ogni volto, ogni storia racchiude un universo di possibilità. Le periferie sono i laboratori dove si sperimenta il futuro possibile dell'Italia: più inclusivo, più meticcio, più umano.



domenica 5 marzo 2023

Le periferie tornino al centro!

I TAXI NON ARRIVANO
A TOR BELLA MONACA



I taxi non arrivano a Tor Bella Monaca: troppi tassisti picchiati, legati e minacciati coi coltelli, troppe volte rapinati. Tutti quelli che vengono da fuori e vedono il quartiere fanno le facce bianche come aspirine. 

C’è solo il centro commerciale Le Torri, ma lo chiudono la sera sennò altrimenti vedi come si riempie di tossici e balordi. Qui nun ce ‘sta un cazzo: ‘na saletta, un ritrovo, una pista da bowling, ‘na sala prove. Eppure la gente che vedo tutt’ingiro c’ha potenzialità e pure tanta. Serve solo qualcuno che ce crede. Nulla, manco a piangere in cinese. Che poi sti cinesi, quelli ci stanno ma mica li vedi. 

So tanti come chicchi de riso ma stanno tutti dentro ai loro capannoni fantasma stretti come in un supplì. Ma a me nun me danno fastidio perché dice mio padre che da quando si sono presi interi quartieri co e loro fabbriche, gli zingari non rapinano e rubbano più nessuno. 

No, i fasci e i neonazisti non arrivano qui, quelli sono degli scemi che al massimo appiccicano dei cartelli all’inizio del quartiere. Qui a Tor Bella Monaca ce stiamo noi. Quelli non hanno le palle, picchiano i froci e se la prendono con gli immigrati. A noi nun ce frega se a un omo glie piacciono gli omini, semo diversi. Che poi noi qui ci aiutiamo tutti neri, gialli, bangladini e africani. 

A noi non ci frega un cazzo da dove vieni, basta che lotti assieme. Quelli che odiano gli stranieri non capiscono che un nemico solo abbiamo: lo stato che se ne fotte e ci tratta come se non si può cavare nulla da noi. 

Che fossimo merda. Magari loro stanno disoccupati e vedono il cinese che lavora, il nero che fatica, il romeno che c’ha la giornata per 20 euro all’ora e gli viene voglia di bruciarli tutti. Che poi secondo me dovrebbero solo bruciare i datori di lavoro che fanno gli impicci e nun se sa che altro, non quei poveri che si spaccano la schiena. Che invece de piglià a te se prendono quelli. 

 Qui il problema so’ i regazzini che se fanno 3 paste tutte ensieme. Noi 3 paste le prendevamo una alla volta. Qui è tutto troppo veloce, qui muore tutto troppo in fretta, qui ti giri e hai finito i soldi della spesa. Non ci sono soldi e se lo Stato non ci aiuta noi ci aiutiamo da soli, meglio così che morire. 

Qui è una guera, ‘na guera in tutta Italia. Una guerra che si può vincere ripartendo da noi, dalle periferie. Rancitelli, Pescara. San Samuele, Foggia. Quarto Oggiaro, Milano. Zingonia, Bergamo. Corviale, Roma. San Cristoforo, Catania. Arghillà, Reggio Calabria. San Paolo, Bari. Librino, Catania. Tor Bella Monaca, Roma. Zen Palermo, Scampia/Secondigliano. Qua si sta pe’ appiccià tutto.

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